26.06.22 – Nick Brandt, “THE DAY MAY BREAK”, a Gallerie d’Italia di Torino, fino al 6 settembre 2026

Per quali motivi capita di andare a vedere una mostra e di uscirne incazzati col mondo, ma con una irrefrenabile voglia di piangere, in uno stato d’animo disperato persistente per giorni? Perché?
Sono troppo sensibile o ciò che ho visto grida vendetta?

Qualche giorno fa mi sono recato ad ammirare la imperdibile mostra che Gallerie d’Italia propone sul lavoro di Nick Brandt: “The day may break” e ne sono uscito come ho detto sopra, e con buoni motivi.
Questa volta non ho voglia né interesse a soffermarmi sugli aspetti tecnici e formali delle sue opere, per quanto le sue scelte in questi campi siano strettamente funzionali al messaggio. Sul quale invece mi fermo.

Dai primi anni del nuovo secolo il fotografo britannico ha concentrato la sua ricerca sulla prossima scomparsa del mondo naturale, in alcuni casi già irrimediabilmente compromesso.
Il suo sguardo silenzioso è rivolto agli esseri umani e, allo stesso modo e nello stesso momento, agli animali e all’ambiente, in quanto vittime di questo dramma mondiale, vittime quasi sempre silenziose e dunque ignorate.
Il suo sguardo è silenzioso, delicato, di un’estetica che lascia a bocca aperta.
Il suo sguardo è silenzioso, ma le sue fotografie urlano.
Un urlo muto, ma assordante, che non lascia in pace i nostri occhi e le nostre coscienze.
Le sue immagini non sono né un reportage né casuali, sono anzi strutturate, costruite nelle ambientazioni e nelle composizioni, nei minimi dettagli. Anzi al termine della mostra ci rivela i backstage, proprio per invitarci ad entrare, a scavare a fondo il messaggio che ci vuole dare.
I suoi soggetti sono apparentemente inerti, come se fossero già oltre il disastro, hanno uno sguardo a volte spento, eppure a volte fiero, pur nel dramma che vivono. I loro volti, i loro occhi, ci lasciano in balia della disperazione e allo stesso tempo di una tenue speranza.
Quella che emerge in modo commovente, dalle parole dei protagonisti, cui veniva chiesto cosa significasse per loro essere fotografate in quel modo: ”Ci siamo sentiti davvero umani. Abbiamo percepito il nostro valore”; “vorrei che le persone capissero tutte le difficoltà che abbiamo affrontato e che nonostante tutto ciò che abbiamo vissuto siamo ancora qui, in piedi”; “grazie per averci ascoltati, grazie per averci visti”; “nella vita di tutti i giorni mi sento come se non esistessi, oggi sento che esisto”; “sento che la mia storia meritava di essere raccontata”.
Soprattutto per queste parole sono uscito incazzato e in lacrime.

Capitolo uno e due. Nel 2020-21, in pieno covid, Brandt va in Kenya e Zimbabwe, e nel 2021-22 in Bolivia. Documenta l’estrema condizione in cui persone e animali vivono a causa di siccità, incendi, deforestazioni, inondazioni, distruzione di raccolti e armenti, costretti a migrare in continuazione.
Fotografa i protagonisti insieme ai pochi animali sopravvissuti (come i rinoceronti bianchi). Le immagini (di grandi dimensioni e impatto) mostrano persone e animali immersi in una nebbia artificiale a base d’acqua, che simboleggia la progressiva sparizione degli uni e degli altri, in un ambiente che resta, ma devastato. Una lampadina accesa sopra di loro sta a simboleggiare la fine della luce del giorno oppure una flebile speranza?

Capitolo quattro. (alle Gallerie è presentato come terzo nel percorso espositivo), Brandt ci porta nel deserto giordano per mettere in posa intere famiglie siriane costrette a migrare continuamente in cerca di condizioni ambientali sostenibili. Queste persone sono collocate su cubi metallici, e le forme che costituiscono le rendono quasi invisibili, come monoliti pieni in mezzo al deserto. Per inciso, queste immagini, molte delle quali realizzate al solo chiaro di luna, sono pazzesche, lasciano senza fiato.
Sovviene immediatamente il riferimento al monolite di Kubrik in “2001, odissea nello spazio”: in quel caso il monolite che appare agli ominidi all’alba dell’uomo trasmette l’intelletto, rende l’animale un essere pensante.
In questo caso noi osservatori ci accorgiamo di queste persone, scopriamo i loro volti e le loro espressioni, a nostra volta capiamo la situazione in cui si trovano (ci troviamo). Questi “monoliti” ci danno la conoscenza del loro dramma, che è anche il nostro.
Ma danno anche ai protagonisti di queste storie la possibilità di diventare consapevoli della loro esistenza, del fatto che comunque hanno una seppur flebile voce.

Capitolo tre. È l’unico capitolo a colori, ma ugualmente struggente e drammatico, verrebbe da dire “asfissiante”, visto che si svolge sott’acqua. Sott’acqua come rischiano seriamente di finire le popolazioni di molte isole del Pacifico, tra cui le magnifiche e turistiche Fiji, dove sono state realizzate. I soggetti sono ripresi sott’acqua, intenti ad azioni normali, quotidiane. Una quotidianità che però è segnata dalla tragedia imminente e che per molti è già realtà. Reale come lo sgomento che proviamo, noi osservatori, a vedere giovani che stanno circondati dalla barriera corallina ormai morta e annerita. Oppure figure che dal fondo guardano verso la luce in superficie, con sguardo interrogativo: c’è una speranza, anche stavolta?

L’intero lavoro resta sospeso tra speranza e tragedia.
Brandt si definisce “idealista negativo” o “pessimista idealista”, tutto per dirci che non ha la risposta, e anche io devo dire che non sono particolarmente ottimista, anzi.
Finché il profitto sfrenato e la legge del più forte saranno le uniche regole del mondo, gli ultimi – quindi i più poveri, gli animali, e l’ambiente, cioè chi è senza voce – soccomberanno a vantaggio di ricchi sempre più ricchi, che dietro di sé non lasceranno altro che miseria e tragedia.

 

p.s. le foto che ho realizzato e posto qui, sono per lo più volutamente dettagli che mi hanno colpito e che mi hanno aiutato a scrivere queste parole. Vi invito a prendervi il tempo, sul posto, per vederle nell’insieme e nei dettagli.

INFORMAZIONI

GALLERIE D'ITALIA - TORINO

Piazza San Carlo 156, 10121 - Torino

www.gallerieditalia.com/it/torino/

Da martedì a domenica: aperto dalle 9.30 alle 19.00.
Ultimo ingresso alle ore 18.

Lunedì: chiuso.

18.06.26 – Due mostre di artisti viventi e presenti, per l’estate 2026 di Camera a Torino

Dal 18 giugno al 4 ottobre 2026, Camera propone due interessantissime mostre:

  • Retrospettiva, dedicata a Harry Gruyaert, racconta il colore come esperienza visiva e sensoriale.
  • Photo Typo di Werner Jeker è dedicata ai manifesti foto-grafici del maestro svizzero della grafica.

Ma soprattutto il Centro torinese per la fotografia apre all’estate 2026 con alcune novità, secondo me, importanti:

  • dopo diverso tempo, tornano due mostre di artisti viventi e che si incontrano di persona: se non ricordo male, le ultime mostre che hanno consentito l’incontro con gli Autori sono state Michele Pellegrino nel 2024 e Paolo Ventura nel 2021. D’altronde è con i grandi nomi del passato che Camera ha ricostruito un importante bacino di utenza (40-45 mila visitatori di media alle mostre) e di cultura visiva, come ha sottolineato lo stesso Direttore Artistico.
  • si tratta di due mostre che dialogano tra di loro: una forte impronta “grafica”, dai colori accesi e dalle forme accattivanti, caratterizzano entrambe le “produzioni” dei due Autori presentati.
  • due produzioni inedite in entrambi i casi: Retrospettiva, porta per la prima volta in Italia la ricerca del maestro belga del colore Harry Gruyaert, e, nella Project Room, un’esposizione originale dedicata a Werner Jeker, tra i più importanti grafici svizzeri ad aver fatto della fotografia uno degli elementi centrali del proprio linguaggio visivo. Entrambe le mostre sono curate da François Hébel.
  • il colore è protagonista assoluto: totalizzante e dirompente nelle immagini di Gruyaert, essenziale ma determinante nella foto-grafica di Jeker.

"Dopo i grandi successi di CAMERA con i maestri americani del bianco e nero, mi sembrava importante celebrare il colore. Per questo ho invitato Harry Gruyaert, uno dei primi fotografi ad aver intuito che il colore sarebbe diventato un nuovo linguaggio fotografico, in un'epoca in cui soltanto il bianco e nero veniva riconosciuto come espressione della grande fotografia – dice François Hébel -. Vorrei che ogni stagione di CAMERA proponesse anche una curiosità fotografica. La mostra inedita Photo Typo di Werner Jeker si compone di 70 manifesti, allestiti magistralmente dallo stesso autore. Tra gli oltre 800 manifesti realizzati per progetti culturali e politici, abbiamo scelto quelli in cui il rapporto tra fotografia e tipografia rende evidente questo dialogo possibile; anzi, nel suo caso, i due linguaggi diventano opere in sé".

Con queste novità e queste modalità, si presenta al pubblico torinese il nuovo direttore artistico François Hébel, del quale, mi permetto di dire, trovo amabile il carattere, sempre sorridente in modo quasi sabaudo, e il suo understatement, altrettanto sabaudo, la sua simpatia naturale. Una persona con cui non ho ancora avuto modo di parlare direttamente, ma che mette a proprio agio con una presenza forte ma discreta, competente ma non supponente. Penso che Camera abbia trovato con lui una direzione autorevole e aperta, foriera di nuove visioni e di più forti rapporti internazionali. Credo che Torino abbia bisogno di una Camera così, e credo che Hebel avrà un grande ruolo in tutto ciò.

Harry Gruyaert. Retrospettiva

Retrospettiva, la prima grande mostra di Harry Gruyaert in Italia; tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea, il fotografo è nato in Belgio nel 1941 ed è membro di Magnum Photos. Gruyaert è stato tra i primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione non più descrittiva ma puramente creativa, percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia era prevalentemente celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston.

Seguendo un percorso cronologico, Retrospettiva si apre con la celebre serie TV Shots, realizzata a Londra nel 1972, in cui Gruyaert, influenzato da Pop Art e immaginario televisivo, manipola l’antenna del suo televisore per trasformare le immagini in composizioni vibranti e astratte. Olimpiadi, commedie televisive e i primi passi sulla Luna diventano così icone di una nuova cultura visiva dominata dal colore, simbolo di una tv che in quegli anni si reinventa a colori conquistando il pubblico con un linguaggio inedito e ipnotico.

Nella sezione Francia–Belgio si raccontano invece le prime ricerche tra il Belgio dove è nato e Parigi, città in cui si trasferisce nei primi anni Sessanta. Qui il fotografo si confronta con la sua terra d’origine, un territorio che inizialmente percepisce difficile da interpretare cromaticamente, ma che progressivamente, grazie ai contesti industriali, le insegne e gli oggetti dai colori vivaci tipici degli anni Settanta, riesce a modellare in composizioni fortemente grafiche.

Nella sezione Sud (quella che mi è piaciuta maggiormente) emerge un altro nucleo fondamentale della sua poetica: il Marocco, che rappresenta per Gruyaert una vera rivelazione visiva. Qui luce, architettura, paesaggio e presenza umana si fondono in un’esperienza percettiva intensa, e a partire da questa esperienza il fotografo compie numerosi viaggi nel Sud del mondo – dall’Egitto all’India, dalla Spagna alla Turchia – confrontandosi con luci abbacinanti, ombre profonde e tonalità vellutate che ampliano ulteriormente la sua ricerca.

Dalle miniere agli impianti siderurgici, dai laboratori farmaceutici alle centrali nucleari, Gruyaert viene incaricato di realizzare immagini per opuscoli finanziari e campagne di comunicazione aziendale. Nella sezione Industrie, il colore trova piena espressione nel contesto professionale e industriale, all’interno di ambienti tecnici e produttivi, dove riesce a trasformare macchinari, superfici e geometrie industriali in immagini quasi astratte, dominate da contrasti cromatici e composizioni rigorose.

Est incontra Ovest mette invece in dialogo due mondi: da un lato i colori artificiali, seducenti e commerciali del sogno americano, dall’altro le atmosfere spoglie e incerte della Russia post-sovietica. Attraverso questo confronto, Gruyaert riflette sulle identità visive e culturali di due sistemi profondamente diversi, mostrando come il colore possa diventare strumento di lettura politica e sociale.

Come realizzare un’immagine originale di paesaggi già infinite volte fotografati? Nella serie Litorali, nata quasi casualmente nel corso dei suoi viaggi e protagonista di un’intera sezione della mostra, le coste diventano per Gruyaert una sfida visiva, cui risponde riducendo gli elementi all’essenziale. Cielo, sabbia, mare e orizzonte costruiscono immagini minimali e sospese, dove luce e variazioni cromatiche sono assolute protagoniste.

Chiude il percorso Aeroporti, sezione dedicata ai luoghi di transito per eccellenza: sale d’attesa, vetrate, riflessi e trasparenze affascinano Gruyaert per la qualità artificiale della luce e per la possibilità di creare composizioni geometriche attraversate da colori netti e presenze fugaci, trasformando spazi anonimi e quotidiani in immagini di forte intensità visiva.

Harry Gruyaert è autore di numerosi libri, che cura in prima persona in ogni particolare, lavorando a stretto contatto con il designer e l’editore per realizzare un oggetto unico. Per l’occasione, invece di un tradizionale catalogo della mostra, CAMERA proporrà tutti i libri attualmente disponibili, mentre una vetrina all’interno della mostra raccoglierà tutte le pubblicazioni dedicate al suo lavoro.

Werner Jeker. Photo Typo

Accanto alla mostra del maestro belga, la Project Room di CAMERA ospita Photo Typo, esposizione dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia.

Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico nel panorama del graphic design contemporaneo: considerato tra i più importanti cartellonisti della sua generazione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si fondono in un equilibrio audace e raffinato, superando la semplice funzione comunicativa del manifesto per trasformarlo in una vera opera grafica autonoma.

La mostra, pensata appositamente per CAMERA e presentata per la prima volta in questa forma, riunisce un’ampia selezione dei manifesti più significativi realizzati da Jeker, con particolare attenzione ai lavori che usano la fotografia come elemento strutturale della composizione. L’approccio dell’autore si distingue per la capacità di intervenire sull’immagine con grande sensibilità e rispetto, preservandone l’integrità documentaria e al tempo stesso amplificandone la forza visiva attraverso il dialogo con la tipografia.

In un ambito in cui spesso fotografi e grafici tendono a difendere rigidamente i rispettivi territori espressivi, Jeker ha saputo costruire una relazione originale tra immagine e testo. I suoi manifesti traggono ispirazione diretta dai contenuti delle mostre e dalle poetiche degli autori, mentre in altri progetti la fotografia diventa strumento evocativo per raccontare spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche ed eventi culturali. Ogni elemento viene calibrato con precisione, dando vita a composizioni essenziali ma di forte impatto.

Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1965 e proseguita in autonomia dal 1972, Jeker ha firmato oltre 800 manifesti, accanto a libri, identità visive e progetti espositivi per importanti istituzioni culturali, sociali e commerciali internazionali. Pluripremiato a livello internazionale, ha ricevuto tra gli altri l’Infinity Award dell’International Center of Photography per l’uso innovativo della fotografia, oltre al primo premio per il progetto delle nuove banconote svizzere.

In occasione della mostra da CAMERA, per la prima volta saranno pubblicati i migliori manifesti di Werner Jeker, nei quali la fotografia dialoga con la tipografia: circa 70 manifesti sono stati selezionati da una collezione di oltre 800 lavori realizzati nel corso della sua carriera. Questo libro, edito da Dario Cimorelli Editore, si propone come uno strumento fondamentale per approfondire il dialogo, spesso complesso, tra fotografia e tipografia.

In conclusione.

La mostra di Gruyaert è ipnotica, ti travolge di colori, con un allestimento incalzante, ma tante stampe costringono ad una sosta prolungata per scoprire dettagli, masse, forme, soggetti e situazioni.

La mostra di Jeker è un lampo visivo, entrare nella Project Room stordisce, l’allestimento dello stesso Autore è ritmico in apparente assenza di direzione, ma anzi studiato alla perfezione per attrarre e stupire: una delle esposizioni più sorprendenti, forse la più emozionante, nei dieci anni di Camera. 

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12.02.26 – Edward Weston : la nuova preziosa mostra di Camera

Dal 12 febbraio 2026, gli spazi di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino accolgono Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación Mapfre in collaborazione con CAMERA Torino che, dopo le tappe di Madrid e Barcellona, approda per la prima volta in Italia.

Oggi, durante la Conferenza Stampa, il Presidente Chieli ha elencato alcuni dei successi più recenti di Camera, dal Lucie Award ai 45 mila visitatori per la splendida mostra su Lee Miller, appena conclusa.

Il nuovo simpatico Direttore Francois Hébel ha illustrato il ricco programma 2026, con le successive mostre di Harry Gruyaert e Letizia Battaglia, e ha accennato alle ricche opportunità date dal fatto che Camera ha ottenuto l’organizzazione del Torino Photo Festival Exposed dal prossimo 9 aprile, seguita da Walter Guadagnini precedente Direttore di Camera.

Finalmente il curatore Sergio Mah, ha introdotto la mostra su Weston con una particolarmente apprezzata e appassionata presentazione, nelle quale ha sottolineato la presenza in mostra di tantissime stampe vintage, originali e di alto pregio, la cui cura necessita di luci più basse del solito.

Secondo Mah, la figura di Weston emerge nel panorama del ‘900 per il suo peculiare modo di interpretare la realtà, con inquadrature e composizioni ricercate, dettagliate e precise.

La sua fotografia va ben oltre la fisicità dei soggetti ripresi, badando piuttosto alla loro percezione da parte dell’osservatore, che è invitato in tal modo a compartecipare, a vivere una esperienza personale.

Weston celebra la bellezza non in sé, ma per interagire con essa.

La forma ha una materia, una massa, ma transfigura grazie al ruolo attivo dell’osservatore.

La mostra è arricchita di diversi testi dell’autore che toccano aspetti fondamentali della sua poetica.

Con una selezione di 171 immagini, molte delle quali vintage, il percorso espositivo – curato da Sérgio Mah – si configura come un’ampia antologia che ripercorre tutte le fasi della produzione di Edward Weston (Illinois, 1886 - California, 1958) e presenta una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore nel corso della sua vita. Arricchisce la visita anche il cortometraggio The Photographer del regista Willard Van Dyke (26’, Stati Uniti, 1948) per uno sguardo ravvicinato sull’ultimo periodo di attività di Weston che mette in luce il suo metodo di lavoro e il processo creativo. L’esposizione propone così una visione articolata ed estesa sull’eredità di una delle figure di spicco della fotografia moderna nordamericana. Un corpus che si pone come un contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

La mostra ripercorre l’evoluzione della ricerca fotografica di Edward Weston, a partire dai primi lavori di impronta pittorialista, caratterizzati da vedute impressionistiche, temi pastorali, ritratti espressivi e da un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre. In questa fase iniziale emerge già il suo interesse per la fotografia come linguaggio creativo autonomo.

I soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926 rappresentano una svolta fondamentale: qui Weston amplia il proprio repertorio tematico e si allontana definitivamente dal pittorialismo, consolidando uno stile basato sul rigore tecnico, formale e compositivo. Matura la consapevolezza che l’essenza della fotografia risieda nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e scegliere, trasformando soggetti comuni in immagini di forte intensità visiva.

Dopo il Messico realizza importanti serie di nudi, in cui il corpo umano è concepito principalmente come forma. Esemplare quello del 1936, dove la sensualità deriva dal gioco di linee, volumi, contorni e ombre, più che da una dimensione narrativa o psicologica. A partire dal 1927 si dedica anche alle nature morte, attraverso le quali ricerca l’essenza senza tempo degli oggetti naturali e mette in evidenza le potenzialità percettive del mezzo fotografico: il Peperone n.30, ad esempio, si trasforma in un nudo preso di spalle, mentre la Conchiglia e la Foglia di cavolo escono dalla dimensione dell’oggetto comune per essere esaltati come attori sul palcoscenico.

Dalla fine degli anni Venti il paesaggio diventa centrale nella sua produzione: Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio: le foto della Death Valley di quel periodo, infatti, hanno fini artistici e non di mera presa diretta della realtà. Negli anni Quaranta il suo immaginario si fa più malinconico, con immagini legate alla decadenza e alla morte. A Point Lobos, infine, Weston trova una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato, insieme concreto e metafisico, sul mondo naturale.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con la natura, la luce e la forma, ha generato un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, l’opera essenziale e inconfondibile di Weston offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo centrale che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

La mostra è organizzata da Fundacion Mapfre in collaborazione con Camera.

Biografia

Edward Weston nasce il 24 marzo 1886 a Highland Park, in Illinois. All’età di vent’anni si trasferisce in California, dove pubblica la sua prima fotografia. Nel 1911 apre il suo studio a Tropico (in California) e inizia a esporre le sue opere in diversi saloni fotografici nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Contribuisce alla fondazione dei Camera Pictorialists di Los Angeles e, qualche anno più tardi, inizia a sperimentare con angolazioni astratte e variazioni di luce.

Nel 1923 Weston si reca a Città del Messico insieme al figlio Chandler e alla fotografa Tina Modotti, dove apre un altro studio. Nel 1927 realizza una significativa serie di nudi, e alcuni estratti dei suoi diari vengono pubblicati sulla rivista Creative Art. Due anni dopo fonda il suo studio fotografico a Carmel in California. Nel 1934 fotografa per la prima volta Oceano Dunes (California), e l’anno successivo scatta probabilmente la sua fotografia più famosa: un nudo della sua seconda moglie, Charis Wilson. Nel 1937 Edward Weston diventa il primo fotografo a ricevere una Guggenheim Fellowship, prestigiosa borsa di studio destinata a individui di talento in numerosi ambiti, tra arti creative, scienze naturali, scienze sociali e discipline umanistiche.

Nel 1941 viene incaricato di illustrare Leaves of Grass di Walt Whitman, un progetto che lo porta a viaggiare in tutto il territorio degli Stati Uniti fino a quando, il 7 dicembre, viene interrotto a causa dell’attacco a Pearl Harbor. Nel 1945 gli viene diagnosticato il morbo di Parkinson e l’anno successivo si tiene una grande retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMA) di New York, con un totale di 250 fotografie. Suo figlio Cole si trasferisce a Carmel per assisterlo e stampare le sue opere. Nel 1948, con il peggiorare della malattia, Weston scatta la sua ultima fotografia a Point Lobos.

Negli anni successivi vengono pubblicati diversi libri sul suo lavoro e si tiene una retrospettiva al Musée d’Art Moderne di Parigi. Edward Weston muore il 1° gennaio 1958 a Wildcat Hill e le sue ceneri vengono disperse nella zona che oggi prende il suo nome, Weston Beach, a Point Lobos.

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25.10.25 – in Project Room a Camera: “Cristian Chironi. Abitare l’immagine”

"Cristian Chironi - Abitare l'immagine" in Project Room a CAMERA fino al 1° febbraio 2026

Presso la Project Room di Camera a Torino, il 23 ottobre si è inaugurata la mostra “Cristian Chironi. Abitare l’immagine” dedicata alla lettura del rapporto privilegiato tra fotografia e performance nell’opera multidisciplinare dell’artista nuorese.

Il percorso espositivo, curato da Giangavino Pazzola, include una selezione di stampe, video e installazioni, alcuni inediti, dagli inizi negli anni 90 ad oggi:

Lina (2004), Offside (2007), DK (2009), Cutter (2010), My House is a Le Corbusier (2015).

Si evidenziano le sue originali strategie di costruzione dell’immagine: messa in scena, creazione dei personaggi, autoritratto, la performance, l’intaglio e rimozione, il collage, la combinazione di più linguaggi. L’immagine fotografica indaga la complessità delle relazioni personali e della propria identità, attraverso la creazione di un immaginario di finzione che altera la percezione della realtà.

L’operare su altre immagini, stampe o libri, mette in discussione la sacralità dell’immagine nel produrre memoria, per creare invece nuove connessioni di senso.

Ho potuto condividere con l’Autore un mio personale punto di vista a riguardo di un fil rouge che penso di aver individuato nei suoi vari progetti e nell’esposizione di Camera e che lui ha mostrato di apprezzare e condividere.

Si tratta di una particolare alchimia per la quale l’Autore si trova a Ri-Generare, o a Ri-Creare immagini.

I suoi punti di partenza sono sempre altre immagini, e immagini altrui, magari da libri, sulle quali la sua azione è proprio una nuova creazione, inserendo se stesso, o intagliando, o sovrapponendo collage.

In tal modo esse ri-nascono a vita nuova, non dunque con un abito diverso, ma come creatura nuova, non esistita mai prima, ma con i semi delle precedenti.

Invito alla visita della mostra e a provare a ritrovare questo fil rouge lungo tutto il percorso e poi a commentare questo post per condividere la vostra esperienza.

Buona visita!

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01.10.25 – Lee Miller : la nuova mostra autunnale di Camera

LEE MILLER. OPERE 1930-1955 - La grande mostra dell’autunno a CAMERA

L’autunno di CAMERA - Centro italiano per la Fotografia di Torino vedrà protagonista una figura straordinaria della cultura mondiale del Novecento: la fotografa americana Lee Miller.

La nuova mostra, curata dal direttore artistico di CAMERA Walter Guadagnini, presenterà dal 1° ottobre 2025 al 1° febbraio 2026 oltre 160 immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archives, molte delle quali pressoché inedite, per una chiave di lettura sia pubblica che intima del suo lavoro e della sua straordinaria personalità.

Il percorso espositivo si concentra sull’intensa attività tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento dell’autrice americana, ponte ideale tra gli Stati Uniti - la sua terra natale - l’Europa, dove si trasferisce ancora giovane e dove decide di stabilirsi - prima a Parigi e poi in Inghilterra - e anche l’Africa, dove trascorre alcuni anni della sua intensa vita. Di origine statunitense (nasce a Poughkeepsie, nello Stato di New York, nel 1907), Lee Miller si sposta a Parigi alla fine degli anni Venti con la determinazione di diventare una fotografa, tanto da convincere Man Ray ad accoglierla come assistente nel suo studio.

Da questo momento inizia la sua vera e propria carriera, e continua una vita fatta di incontri e scelte eccezionali: si avvicina al mondo surrealista, diventando amica e musa ispiratrice di Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard, stringe rapporti con artiste del calibro di Eileen Agar, Leonora Carrington, Dorothea Tanning e realizza alcune delle immagini più significative della storia della fotografia surrealista, contribuendo anche alla scoperta della solarizzazione, una tecnica che lei e Man Ray sfrutteranno al meglio. Intorno a metà anni Trenta si sposa e si trasferisce per qualche anno in Egitto, dove realizza immagini di paesaggio dal sapore enigmatico, per poi tornare in Europa alla vigilia del conflitto mondiale.

Collaboratrice di “Vogue”, realizza per la più celebre rivista di moda non solo i classici servizi dedicati al mondo della haute couture, ma anche - in coincidenza con l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale - inattese immagini che uniscono stile e vita quotidiana nella Londra ferita dai bombardamenti tedeschi.

Al termine della guerra che Lee Miller realizza i suoi servizi più noti, le tragiche immagini dei campi di concentramento e quelle del disfacimento della Germania nazista, con gli ufficiali suicidi, le fiamme che divorano la dimora estiva di Hitler e le città distrutte. Una serie di scatti ancora pubblicati su “Vogue” e che segnano in maniera indelebile anche la vita di Lee Miller, che dal dopoguerra infatti si ritira insieme al nuovo marito Roland Penrose nella campagna del Sussex, accogliendo lì gli amici artisti, mettendo da parte il suo impegno fotografico fino ad abbandonarlo: ma anche in queste immagini apparentemente solo familiari si legge ancora il genio sovversivo e ironico di una delle più grandi fotografe del XX secolo.

Il percorso della mostra segue un andamento cronologico, che evidenzia una delle caratteristiche principali della vita e dell’opera di Lee Miller: la sua inesausta curiosità e il suo continuo desiderio di cambiare, di scoprire aspetti nuovi tanto della vita quanto della fotografia. Le immagini che raccontano la sua partecipazione al clima surrealista appartengono infatti a un solo triennio, dal 1929 al 1932. In questo breve lasso di tempo, Lee Miller passa dall’essere solamente l’assistente e la modella di Man Ray - celebre è il racconto che lei stessa fece del loro incontro, in un bar vicino allo studio di Man Ray, al quale si presentò dicendo “Buongiorno, mi chiamo Lee Miller e sono la sua nuova assistente”, e alla risposta del maestro che le ricordava di non avere alcuna assistente lei replicò “Beh, da adesso ne ha una” - a realizzare opere come “Impasse des Deux Anges”, “Exploding hand” e “Coiffure”, tutte in mostra, fino a lavorare autonomamente nell’ambito della fotografia di moda e a recitare in un film di culto del periodo come “Le sang d’un poète” di Jean Cocteau.

Ma quando la sua carriera sembra avviata in questa direzione tra arte, moda e cinema, Lee Miller abbandona tutto e torna negli Stati Uniti, dove rimane per altri tre anni, aprendo uno studio fotografico nel quale ritrae diverse personalità del cinema e della high society statunitense e dove rafforza la sua presenza nel campo della fotografia di moda, collaborando anzitutto con “Vogue”.

Ma tutto questo non basta ancora a Lee Miller: incontra il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, se ne innamora, lo sposa e si sposta insieme a lui nel 1934 in Egitto. Una nuova esperienza, dunque, altre fotografie epocali (tra quelle in mostra, si ricorda quella forse più nota di tutte, che pare avere ispirato anche René Magritte, “Portrait of space”), la partecipazione a una sorta di cellula surrealista egiziana, che naturalmente lei metterà in contatto con gli amici europei e, dopo appena tre anni, il sorgere di una nuova inquietudine. Lee Miller torna nuovamente in Europa nel 1937, reincontra i suoi sodali surrealisti, tra cui le amiche Nusch Éluard, fotografata sorridente di fianco a un’automobile in un bellissimo ritratto, Ady Fidelin, nuova compagna di Man Ray, l’artista Dora Maar, compagna al tempo di Pablo Picasso, e conosce Roland Penrose, a sua volta artista e collezionista, che diventerà di lì a poco il suo secondo marito. Alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, si trasferisce con lui in Inghilterra, iniziando una nuova stagione di vita e di fotografia.

Cinque anni di guerra, cinque anni di fotografie dopo avere rinunciato a ritornare negli Stati Uniti per continuare a lavorare, volontariamente, nello staff di “Vogue” a Londra: dapprima, tra il 1940 e il 1943, le foto straniate della capitale britannica bombardata dai tedeschi (tra le immagini in mostra, anche la sorprendente “Fire masks”, dove l’abbigliamento di guerra trasforma i soggetti in protagonisti di una scena surreale), poi il desiderio di muoversi e la decisione di entrare a far parte dei reporter al seguito delle armate alleate in Europa, anche se sarà ancora “Vogue” a pubblicare i suoi servizi, sia quelli di moda che quelli più crudi realizzati sul fronte. E se già le sue fotografie sono straordinarie, sia quelle più reportagistiche dell’assedio di Saint-Malo sia quelle più misteriose scattate alla fine della guerra nell’Europa devastata, ancora più sorprendente è la sua eccezionale capacità di scrittura: tutte le immagini che escono su “Vogue”, infatti, sono accompagnate dai testi della fotografa, che si dimostra anche una grande giornalista.

In poco più di dieci anni, Lee Miller ha vissuto un numero di vite sorprendente, e dunque non stupisce la conclusione di questa vicenda e dell’intera mostra, che si svolge tra l’Italia – dove la fotografa realizza alcuni servizi sulla Biennale di Venezia, immortalando figure come Peggy Guggenheim o Giorgio Morandi, e dove realizza i suoi ultimi servizi di moda in Sicilia – e la casa della campagna inglese dove lei e Roland Penrose si ritirano, accogliendo gli amici come Saul Steinberg, Max Ernst, Alfred H.Barr Jr., Renato Guttuso, un giovanissimo Richard Hamilton, e mettendo in scena con loro divertenti siparietti che rappresentano l’ultimo contributo della fotografa alla cultura figurativa del suo tempo.

Tutto ciò è raccontato nella mostra attraverso 160 immagini, accompagnate anche dalla riproduzione di alcune pagine delle riviste dove sono stati pubblicati i suoi servizi fotografici e giornalistici. L’esposizione è inoltre arricchita da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore e da un programma di iniziative di educazione all’immagine, condivisione e partecipazione rivolte a pubblici diversi per età e formazione.

INFORMAZIONI

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30.09.25 – Camera festeggia 10 anni di attività

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia compie 10 anni il 1° ottobre 2025 e dà il via ai festeggiamenti per questo importante anniversario con l’apertura della grande mostra dedicata alla fotografa americana Lee Miller, a cura del direttore artistico Walter Guadagnini: un percorso attraverso più di 160 immagini, molte delle quali pressoché inedite e tutte provenienti dai Lee Miller Archives, per una lettura sia pubblica che intima del lavoro e della straordinaria personalità di questa grande fotografa americana.

La mostra inaugura il 30 settembre con un’apertura straordinaria e gratuita, dalle ore 21.00 alle 24.00: un regalo che CAMERA offre al suo pubblico e alla città tutta.

Per enfatizzare l'evento, il logo dell'anniversario questa sarà proiettato sulla Mole Antonelliana.

Nel corso dei successivi 10 mesi di festeggiamenti CAMERA proporrà un programma di attività che sarà volto a riflettere sulla fotografia del presente e del futuro, all’interno del quale si succederanno mostre di grandi autrici e grandi autori storici e contemporanei, incontri di confronto e approfondimento sul presente e sul futuro della fotografia, giornate di studio sulla fotografia documentaria e sul mondo degli archivi, workshop per giovani artisti, appuntamenti di editoria fotografica ed eventi pubblici per celebrare CAMERA e l’arte dello scatto.

Fotografia del presente e del futuro è anche il fil rouge del nuovo look delle finestre esterne di CAMERA dove, dal 1° ottobre, si potranno leggere frasi di celebri fotografe e fotografi che danno la loro definizione di fotografia. Sulle due facciate di CAMERA (in via delle Rosine e in via Giolitti) si alterneranno, con un risultato curioso e a tratti divertente, frasi richieste per l’occasione a fotografe e fotografe con le quali CAMERA ha collaborato - come Erik Kessel, Susan Meiselas, Paolo Ventura - e citazioni di grandi nomi del passato - come Man Ray, Lee Miller, Henri Cartier-Bresson - per citarne alcuni.

Aperto nel 2015 a Torino con il desiderio di creare una “casa” per la fotografia, CAMERA è diventato anno dopo anno un vero e proprio centro culturale dove si propongono al pubblico mostre, incontri, laboratori, workshop, appuntamenti legati alla ricerca, occasioni di scambio e dialogo sulla fotografia di ieri, di oggi e di domani: un punto di riferimento nazionale e internazionale per la diffusione della cultura fotografica in Italia, aperto a fotografe e fotografi, studiosi, appassionati e chiunque voglia conoscere l’arte dello scatto.

E proprio all’alba del suo decimo compleanno, CAMERA è stato recentemente (giugno 2025) premiato nella categoria Spotlight ai Lucie Awards 2025 - uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali nel settore - per la sua capacità di rivolgersi a vari pubblici grazie a un ricco palinsesto di iniziative che fa dell’inclusione e dell’ascolto elementi centrali della sua identità e della sua missione culturale, caratterizzata anche da un forte impegno sociale e un marcato spirito divulgativo.

Sono 600mila i visitatori che in questo primo decennio hanno visitato le 85 mostre che si sono susseguite negli spazi di via delle Rosine. Sin dalla sua apertura, accompagnata da un’esposizione dedicata al fotografo ucraino Boris Mikhailov, CAMERA ha portato in scena celebri maestre e maestri della fotografia – come Eve Arnold, Margaret Bourke-White, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, André Kertész, Tina Modotti, Man Ray solo per citarne alcuni – oltre ai grandi nomi del panorama contemporaneo, da Sandy Skoglund a Martin Parr, ponendo particolare attenzione all’opera di autori italiani riconosciuti a livello internazionale come Carlo Mollino, Gianni Berengo Gardin, Paolo Ventura, Mimmo e Francesco Jodice. Dieci anni di immagini, storie e visioni durante i quali CAMERA ha anche oltrepassato i confini cittadini per approdare in altre prestigiose sedi in vari paesi europei, curando e organizzando mostre che sono state allestite anche in altre sedi espositive, da Milano a Perugia, da Anversa a Winterthur, da Tours ad Arles. Con la sua Project Room, inoltre, ha dato voce a nuovi talenti, idee e visioni così come a progetti sperimentali, per stimolare il confronto e approfondire il racconto della realtà attraverso le immagini.

Grazie a CAMERA il grande pubblico è entrato in contatto con i protagonisti della fotografia contemporanea: con 350 ospiti in 250 appuntamenti aperti al pubblico, assolute leggende e grandi protagonisti della fotografia internazionale - come Cristina de Middel, Joan Fontcuberta, Erik Kessels, Susan Meiselas, Zanele Muholi, Walter Niedermayr, Paolo Pellegrin, Ferdinando Scianna - sono state ospitate nei suoi spazi insieme a direttori di musei, studiosi, giornalisti, influencer.

Sin dall’apertura, CAMERA si è posto in dialogo con realtà internazionali, a partire dell’agenzia Magnum, socio fondatore del centro, al MoMA, al Jeu de Paume, a Les Rencontres de la Photographie d’Arles, alla Fondation Henri Cartier-Bresson, ai Lee Miller Archives, per indicarne alcuni; dal 2016 ha attivato una collaborazione con l’ICP - International Center of Photography di New York, con cui ogni anno organizza un programma di alta formazione professionale. Un’occasione unica, in Italia e in Europa, per formarsi con i docenti di una scuola di eccellenza e approfondire il linguaggio della fotografia documentaria contemporanea. Altra collaborazione internazionale attiva dal 2018 è quella con numerose realtà europee che ha dato vita a FUTURES (EPP – European Photography Platform), piattaforma per talenti emergenti della fotografia sostenuta dell’Unione Europea, attraverso il programma Europa Creativa, di cui CAMERA è unico partner italiano.

CAMERA è EDUCARE, DIVULGARE, PARTECIPARE

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12.06.25 – 170 scatti di Alfred Eisenstaedt – Camera fino al 21 settembre 2025

Se dovessimo chiedere, anche a molti appassionati di fotografia, chi è Alfred Eisenstaedt, probabilmente incontreremmo per lo più sguardi persi, alla ricerca nelle pieghe della memoria, e raramente un “ma certo, l’autore del “bacio di Times Square”.

Se facessimo invece vedere a tantissime persone la fotografia in questione, tutti potrebbero sinceramente dire di averla già vista.

Sì, perché l’autore di questa famosissima immagine, usata come il prezzemolo, è proprio il nostro Alfred Eisenstaedt.

Tedesco di origine ebraica, nacque nel 1898 nell’attuale Polonia (ex Prussia occidentale), riparato negli Stati Uniti nel 1935, trova la sua fortuna nella collaborazione con la celebre rivista Life.

“Questo è il tipo di fotografia che vogliamo” gli rispose la Redazione, e così nella sua vita di fotoreporter produsse circa 2500 servizi e fece la copertina per oltre 90 volte.

Non male per un fotografo professionista che però viveva la fotografia in modo amatoriale, amando anche le foto naturalistiche.

Si tratta certamente di uno dei Grandi della storia della fotografia, ma come si è detto, poco conosciuto nella sua produzione.

Anche per questo motivo, Camera, Centro italiano per la Fotografia, propone a Torino, nelle sue sale in via delle Rosine 18, dal 13 giugno al 21 settembre 2025, una notevole raccolta di 170 immagini, curata dalla brava Monica Poggi e ottimamente stampate dalla torinese Emozioni Fine Art di Davide D’Angelo.

La mostra scorre piacevolmente dalle primissime immagini adolescenziali realizzate con la Kodak, regalatagli da uno zio, lungo tutta la sua vita.

Dallo scatto a un torvo e minaccioso Goebbels, all’incontro tra Hitler e Mussolini, dalle immagini dell’aristocrazia a St.Moritz a quelle delle ballerine ispirate a Degas.

Il suo sguardo è insieme poetico ed ironico, dal sapore sempre spontaneo, candid.

Il suo stile ed il suo linguaggio evolvono dopo il trasferimento negli USA, dove registra con uguale dinamismo il fermento della crescita industriale e sociale.

Sono di questo periodo gli scatti per le strade, dinamici, mossi, senza ricerca di composizione ad ogni costo.

Dopo la guerra viaggia in Giappone (mirabile e struggente il ritratto della donna con bambino a Hiroshima), e in Europa, registrando anche qui i cambiamenti tra il prima e il dopo la guerra stessa.

A differenza di importanti fotografi dell’epoca e punti di riferimento nel mondo della fotografia, tra cui la collega di “Life” Margaret Bourke-White, Eisenstaedt non documenta la guerra ma ritrae le ragioni e le conseguenze generate nelle società, raccontandone il declino e la rinascita.

Il fotografo realizza anche servizi per raccontare le conseguenze dei conflitti in diversi paesi, come l’Etiopia ripresa prima e dopo l’invasione imperialista italiana, il Giappone dove l’imperatore Hirohito in abiti civili osserva le rovine lasciate dallo scoppio delle due bombe atomiche e Israele fotografato all’indomani della sua nascita.

In mostra si trova anche una sezione dedicata ai ritratti di personaggi famosi realizzati fin dai primi anni di carriera, con leader politici e celebrità che hanno segnato il secolo. Fra queste troviamo Sophia Loren, il cui scatto in lingerie, apparso sulla copertina di “Life” nel 1966, suscitò scandalo o quelle di Maria Telkes, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer, che ci offrono il suo sguardo su alcune delle menti più brillanti del Novecento. Anche in questo contesto emerge l’evoluzione umana delle figure ritratte: Oppenheimer, in particolare, è ritratto per la prima volta nel 1947 con sguardo spavaldo e poi ancora nel 1963, questa volta con l’espressione stravolta dal peso delle conseguenze delle sue ricerche.

Quella di CAMERA è dunque una preziosa riscoperta di un maestro della fotografia, proposta attraverso gli scatti più famosi e quelli meno noti, che rivelano tutte le sfaccettature della sua opera: non uno ma tanti Alfred Eisenstaedt.

dal 13 giugno al 21 settembre 2025

 

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, Torino

Per info (orari, biglietti, catalogo) riferirsi al sito di Camera: www.camera.to

14.03.25 – Riccardo Moncalvo, misconosciuto grande torinese della fotografia, Camera fino al 6 aprile 2025

Riccardo Moncalvo, misconosciuto grande torinese della fotografia

Conoscevo Moncalvo per alcune sue iconiche immagini in bianco e nero e ne avevo una ottima considerazione.

Ritrovare queste immagini, accostate a qualche altra decina selezionata per la mostra di Camera, mi ha confermato nell’opinione che Riccardo Moncalvo (Torino, 1915-2008) sia davvero un grande fotografo italiano, degno di altri ben più noti, purtroppo misconosciuto.

In 60 anni di carriera, ha instaurato un forte legame col territorio diventando testimone di cambiamenti urbani e sociali della sua città, e non solo.

Seguendo, fin da ragazzo, le orme del padre , titolare dell’Atelier di Fotografia Artistica e Industriale, lavora quindi a fianco di istituzioni come il Museo Egizio e l’Armeria Reale, e di realtà industriali come Fiat, Pininfarina e Recchi.

Moncalvo ha sviluppato un linguaggio autonomo con una particolare sensibilità per la modernità, assecondando, tra fine anni Trenta e fine anni Quaranta, il linguaggio della Nuova Visione (Nella tormenta (1935), Il gesto (1937), Paesaggio pedonale (1937) e Serpe d’acqua (1938).

Ma consolidando a poco a poco una cifra assolutamente personale e, per molti aspetti, di avanguardia.

Un importante riconoscimento internazionale arriva negli anni Cinquanta, quando viene selezionato dall’Agfa-Gevaert per apprendere il nuovo metodo di stampa a colori: da lì seguirà l’adozione delle pellicole negativo-positivo della Ferraniacolor arrivando nel 1958 a essere il primo in Italia autorizzato da Kodak all’uso delle sue pellicole.

L’attività del fotografo torinese cresce costantemente fino alla chiusura dello studio, avvenuta alla fine degli anni Ottanta.

Moncalvo ha battuto e sperimentato diverse strade, maturando diverse ispirazioni che traeva dal suo notevole bagaglio di conoscenze delle opere di diversi autori suoi contemporanei, fino ad affermare una propria cifra stilistica di assoluto rilievo, come fanno gli autori davvero grandi.

La sontuosa selezione di 50 immagini operata dall’ottima curatrice ed esperta di archivi, Barbara Bergaglio, mette in luce l’evoluzione e la straordinaria visionarietà dell’autore torinese.

La mostra è intensa e tutta da godere, con calma per apprezzarla a fondo, senza dimenticare l’ottino catalogo.

 

RICCARDO MONCALVO

FOTOGRAFIE 1932-1990

a cura di Barbara Bergaglio

 

dal 14 febbraio al 6 aprile 2025

 

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, Torino

Per info (orari, biglietti, catalogo) riferirsi al sito di Camera: www.camera.to

23.02.25 – Cartier Bresson e l’Italia in 160 foto a Camera – fino al 2 maggio 2025

A Camera, 160 foto di "Henry Cartier-Bresson e l'Italia"

Non sono mai stato un acritico estimatore di Henry Cartier-Bresson (HCB, per gli amici).
Potrei fare il nome di almeno dieci grandi fotografi e fotografe che considero almeno allo stesso livello, se non superiori, anche nello stesso genere del “nostro”.
Soprattutto mi sono sempre stati un po’ “indigesti” i suoi fanatici seguaci, che ovviamente lo considerano l’Assoluto, l’”occhio del secolo”, come è stato, secondo me, esageratamente soprannominato.

Non si può tuttavia negare il ruolo che HCB ha svolto in un particolare periodo della storia della fotografia, quando essa assumeva nell’immaginario collettivo un ruolo insostituibile di documentazione e racconto, tramite le riviste più famose e nonostante la crescita della televisione.

Ed è proprio questa la dimensione in cui si colloca la nuova mostra di Camera, Centro Italiano per la Fotografia, aperta dal 14 febbraio al 2 giugno 2025.
Curata da Clément Chéroux (Direttore della Fondation Henry Cartier-Bresson) e Walter Guadagnini (Direttore di Camera), la mostra su HCB, per la prima volta in assoluto, anche con la ricerca di foto inedite, propone un racconto dedicato al legame tra il fotografo francese e l’Italia, uno dei Paesi da lui più frequentati e amati, con l’intento di far emergere uno straordinario spaccato socioculturale del nostro Paese. “In Italia, come nei paesi mediterranei, c'è una vita fuori dalle case, la vita è per strada”, ha sottolineato Chéroux durante la conferenza stampa di presentazione.

L’esposizione presenta 160 immagini che si focalizzano su alcuni periodi centrali della carriera del fotografo.

Nel 1932, nel corso del suo primo viaggio, il fotografo, ancora giovanissimo, acquisisce nuove consapevolezze sulla sua carriera e definisce la cifra stilistica che lo renderà riconoscibile in tutto il mondo.
La straordinaria gestione dello spazio dell’immagine, il rapporto tra realtà e invenzione e la capacità di cogliere l’istante. In particolare, all’interno di alcuni paesaggi urbani si nota un processo di geometrizzazione del reale che racconta di un uso mentale della macchina fotografica.
La ricerca delle immagini di questo periodo ha consentito anche la ridatazione di alcune immagini.

Dopo aver fondato con Robert Capa, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert l’agenzia Magnum Photos nel 1947, ormai noto a livello internazionale, il fotografo torna in Italia nel 1951, in un Paese profondamente cambiato, reduce dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale e in corso di ricostruzione.
In qualità di fotoreporter realizza servizi per diverse testate internazionali concentrandosi soprattutto su Roma e sul Sud Italia, che presentano caratteristiche sociali e visive ben riconoscibili. In particolare, sono celebri gli scatti realizzati in un Sud modellato sulle pagine di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.
Questi scatti documentano il disagio e le criticità del contesto sociale meridionale, ma anche la straordinaria ricchezza delle sue tradizioni e le novità introdotte dalla riforma agraria, dando ulteriore visibilità internazionale alla questione.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Cartier-Bresson lavora a numerosi servizi sulle città di Roma, Napoli e Venezia, nei quali si può apprezzare da un lato la sua capacità di interpretare la vita quotidiana delle città e dei loro abitanti, dall’altro la sua abilità di ritrattista anche degli intellettuali del tempo, tra cui Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini e Giorgio de Chirico.

L’ultimo periodo italiano risale agli anni Settanta, poco prima di allontanarsi dalla fotografia professionale, quando il fotografo si focalizza sul rapporto tra uomo e macchina e sull’industrializzazione in particolare del Sud del Paese: sono di quegli anni, infatti, i servizi sullo stabilimento Olivetti di Pozzuoli e su quello dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco.

La mostra si chiude idealmente con il ritorno a Matera, per raccontare, negli stessi luoghi fotografati vent’anni prima, proprio la nuova realtà che avanza verso la modernità, rimanendo comunque aggrappata all’imprescindibile identità locale, e con un video delle Teche RAI riscoperto per l’occasione.
L’esposizione cronologica nelle sei sale di Camera, include al solito un percorso di opere visivo-tattili accompagnate da audiodescrizioni.

Per info (orari, biglietti, catalogo) riferirsi al sito di Camera: www.camera.to

23.06.24 – Camera presenta 150 fotografie di Margaret Bourke-White – fino al 6 ottobre 2024

Le nuove mostre fotografiche estive di Camera, a Torino

Abbiamo partecipato alla presentazione alla stampa della nuova superba mostra su Margaret Bourke-White a Camera - Centro Italiano per la Fotografia, aperta fino al 6 ottobre 2024.
Dico subito due aspetti che trovo rimarchevoli: le eccellenti stampe di Davide D'angelo e finalmente i vetri antiriflesso che ne consentono piena godibilità. Grazie Camera!

Monica Poggi ha curato un percorso che, attraverso 150 fotografie, racconta l’opera della famosa fotografa americana dal 1930 al 1960.
Margaret Bourke-White ha attraversato la metà del XX secolo con una vita e un’opera straordinaria, con un livello ed una forza espressiva costanti, che l’hanno portata sempre dove la storia costituiva momenti di svolta, a contatto diretto con i più noti personaggi del momento, affermando in modo fermo, determinato ed anticipatore, la sua femminilità e la sua capacità di racconto per immagini.
Molti dei suoi scatti sono diventati iconici e famosissimi, la rivista LIFE le deve molto del suo successo, e noi dobbiamo molto alla sua acutezza di visione, alla sua ironia, al suo coraggio.
Bourke-White divenne una delle fotografe più note del Novecento, a tal punto che negli anni di suo maggior successo escono un fumetto e una serie televisiva a lei dedicati.
La sua forza è stata quella di leggere gli avvenimenti del mondo per trovarsi nel posto al momento giusto, senza per forza realizzare immagini sensazionali.
Nella sua autobiografia scrive:” Mi svegliavo ogni mattina pronta a ogni sorpresa che il giorno mi avrebbe portato. Tutto poteva essere conquistato. Niente era troppo difficile. Dicevi sì alla sfida e costruivi la storia”
Nasce a New York nel 1904, studia biologia alla Columbia University e frequenta per alcune settimane il corso di fotografia tenuto dal famoso fotografo pittorialista Clarence H. White.
Trasferitasi alla Cornell University, Bourke-White inizia a vendere le sue fotografie all’interno del campus per mantenersi durante gli studi; nel 1926 si stabilisce a Cleveland e apre un piccolo studio fotografico: di giorno immortala architetture e giardini, guadagnando il necessario per comprare attrezzature e materiali che usa di notte per ritrarre le grandi acciaierie della città.
Nel 1929 l'editore Henry Luce la invita a New York per contribuire alla nascita della rivista illustrata Fortune e da quel momento la carriera di Bourke-White è un percorso in continua ascesa.
Le trasformazioni del mondo sono il cuore della ricerca entusiasta e incessante della fotografa.
Pubblica celebri reportage sulle industrie americane e viaggia in Unione Sovietica, dove documenta lo sviluppo del piano quinquennale promosso da Stalin per trasformare il paese in una grande potenza industriale. Una delle immagini più note di questo periodo è quella che la ritrae accovacciata su uno dei grandi gargoyle del Chrysler Building, dove vive, mentre, senza alcuna protezione, fotografa dall’alto il brulichio della città sottostante.
Negli anni Trenta la rivista LIFE sceglierà la sua foto della diga di Fort Peck per la copertina del primo numero, uscito il 23 novembre 1936. LIFE vuole essere una finestra sul mondo, testimone oculare dei grandi avvenimenti della storia, fare vedere cose mai viste e sostenere i valori del New Deal. Se inizialmente i suoi lavori si contraddistinguono per la quasi totale assenza dell’uomo in favore delle architetture e delle macchine industriali, con la pubblicazione del libro fotografico You have seen their faces (1937) compie un cambio di rotta, concentrandosi sulla denuncia della povertà e della segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti.
Durante la Seconda guerra mondiale realizza reportage in Unione Sovietica, nel Nord Africa, in Italia e in Germania, seguendo l'entrata delle truppe statunitensi a Berlino e documentando gli orrori dei campi di concentramento.
Dedica gli ultimi servizi all’Apartheid in Sud Africa e alla segregazione razziale negli Stati Uniti.
Bourke-White viene accolta ovunque, anche in situazioni di conflitto, come una celebrità, status che le permette di realizzare ritratti a personaggi storici come Stalin e Gandhi.
Lo stile di Bourke-White predilige la posa alla presa diretta spontanea (più cara a Robert Capa), così trasforma le persone più umili in attori universali, rappresentati di una collettività, eroici anche nella miseria.
Dopo una carriera di reportage indimenticabili, nel 1957 è costretta ad abbandonare la fotografia a causa dei sintomi del morbo di Parkinson, dedicandosi alla scrittura della sua autobiografia Portrait of myself, pubblicata nel 1963. Nel 1971 muore a causa delle complicazioni dovute alla malattia.
La mostra include un percorso di opere visivo-tattili accompagnate da audiodescrizioni che approfondiscono lo stile e la storia. La selezione comprende sia alcune delle immagini più note sia alcuni scatti meno conosciuti del lavoro dell’autrice.

SALA 1 – I primi servizi di LIFE
Nel novembre del 1936 esce il primo numero di LIFE, rivista dedicata a un grande pubblico all’interno della quale la fotografia ha un ruolo fondamentale. Bourke-White viene incaricata di realizzare le immagini per le prime pagine e la copertina. Il soggetto è uno dei più grandi progetti del New Deal: la costruzione della diga di Fort Peck, in Montana. Col suo lavoro l’autrice racconta sia la monumentalità della diga che la vita degli operai che vivono con le loro famiglie nei villaggi e nelle baraccopoli sorte attorno al cantiere.

SALA 2 – L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli
L’industria è uno dei temi più importanti e più ricorrenti della carriera di Bourke-White. Le prime immagini risalgono al 1926: realizzate nell’acciaieria Otis a Cleveland, dimostrano il grande coraggio e la determinazione nell’affrontare la pericolosità del luogo. Le industrie e le macchine sono per lei i migliori soggetti per raccontare il tempo in cui vive e la grandezza degli Stati Uniti, di cui si fa portavoce per tutta la vita. Allo stesso modo, le immagini delle città e delle metropoli raccontano la sua incrollabile fiducia nel progresso.

SALA 3 – Ritrarre l’utopia in Russia
All’inizio degli anni Trenta, Bourke-White compie diversi viaggi in Unione Sovietica, spinta dalla volontà di documentare gli stravolgimenti che investono il paese. Il governo stalinista ha infatti varato il primo piano quinquennale che ha lo scopo di trasformare il paese in una potenza industriale. Grazie alla sua esperienza nelle acciaierie, Bourke-White è la prima fotografa occidentale ammessa nel paese. Pochi anni dopo sarà la prima fotografa straniera a ritrarre Stalin, immortalato nel raro istante di un sorriso.

SALA 4 – Cielo e fango, le fotografie della guerra
Grazie a un accordo fra LIFE e il Pentagono, Bourke-White è la prima fotografa a seguire le forze di aviazione statunitensi durante la Seconda guerra mondiale. Passati alcuni mesi in nord Africa, si trasferisce in Italia, per documentare la liberazione e la vita della popolazione civile. Nel 1945 segue l’avanzata in Germania, fino alla liberazione di Buchenwald, dove ritrae i sopravvissuti scheletrici, gli ammassi di corpi, ma anche i volti sconvolti dei civili tedeschi obbligati a entrare nel campo per prendere coscienza di ciò che era avvenuto a pochi passi dalle loro case.

SALA 5 – Il mondo senza confini: i reportage in India, Pakistan e Corea
Durante la Seconda guerra mondiale, nasce in India il movimento di liberazione dalla dominazione coloniale britannica guidato da Gandhi, protagonista di alcune delle fotografie più note di Margaret Bourke-White. L’autrice ritrae anche il funerale del leader induista. Ritrae anche Muhammad Ali Jinnah, sostenitore della nascita dello stato pakistano, e i tragici massacri avvenuti fra hindu e musulmani e i drammatici fatti seguenti alla separazione fra India e Pakistan del 1947.
L’ultima guerra documentata da Bourke-White è quella in Corea dal 1952.

SALA 6 – Oro, diamanti e coca-cola
Il tema del razzismo è particolarmente caro a Bourke-White, che fin dai primi anni della sua carriera documenta senza esitazione le diseguaglianze che affliggono gli Stati Uniti.
Anche il reportage che realizza in Sudafrica mostra la crudeltà dell’apartheid, con lo sfruttamento dei minatori per l’estrazione di oro e diamanti.
Quando fotografare le diventa impossibile, decide di diventare soggetto fotografico. Con la testa rasata, si mostra sulle pagine di LIFE in una nuova veste.

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Con l’esposizione Il giorno dopo la notte, invece, fino al 21 luglio 2024, la Project Room di CAMERA apre le sue porte alla personale di PAOLO NOVELLI (Brescia, 1976) a cura del direttore artistico del Centro Walter Guadagnini, che riunisce due cicli di lavoro del fotografo – La notte non basta e Il giorno non basta - realizzati fra 2011 e 2018, considerati centrali nell’evoluzione del suo linguaggio.
Entrambe realizzate in analogico in un rigoroso bianco e nero, nel quale il processo di stampa assume un’importanza fondamentale, le due serie presentano sostanzialmente un unico soggetto, le finestre, coperte da persiane chiuse o murate, sulle facciate di edifici che non presentano alcuna caratteristica architettonica di particolare fascino. Le finestre qui vengono intese come una soglia, punto d’incontro tra dentro e fuori, luce e ombra. Il silenzio è un altro attore delle sue fotografie, avvolgente, in attesa di un movimento, un modo per sottolineare il tempo sospeso delle immagini, tra un prima e un dopo inconoscibili.