Per quali motivi capita di andare a vedere una mostra e di uscirne incazzati col mondo, ma con una irrefrenabile voglia di piangere, in uno stato d’animo disperato persistente per giorni? Perché?
Sono troppo sensibile o ciò che ho visto grida vendetta?
Qualche giorno fa mi sono recato ad ammirare la imperdibile mostra che Gallerie d’Italia propone sul lavoro di Nick Brandt: “The day may break” e ne sono uscito come ho detto sopra, e con buoni motivi.
Questa volta non ho voglia né interesse a soffermarmi sugli aspetti tecnici e formali delle sue opere, per quanto le sue scelte in questi campi siano strettamente funzionali al messaggio. Sul quale invece mi fermo.
Dai primi anni del nuovo secolo il fotografo britannico ha concentrato la sua ricerca sulla prossima scomparsa del mondo naturale, in alcuni casi già irrimediabilmente compromesso.
Il suo sguardo silenzioso è rivolto agli esseri umani e, allo stesso modo e nello stesso momento, agli animali e all’ambiente, in quanto vittime di questo dramma mondiale, vittime quasi sempre silenziose e dunque ignorate.
Il suo sguardo è silenzioso, delicato, di un’estetica che lascia a bocca aperta.
Il suo sguardo è silenzioso, ma le sue fotografie urlano.
Un urlo muto, ma assordante, che non lascia in pace i nostri occhi e le nostre coscienze.
Le sue immagini non sono né un reportage né casuali, sono anzi strutturate, costruite nelle ambientazioni e nelle composizioni, nei minimi dettagli. Anzi al termine della mostra ci rivela i backstage, proprio per invitarci ad entrare, a scavare a fondo il messaggio che ci vuole dare.
I suoi soggetti sono apparentemente inerti, come se fossero già oltre il disastro, hanno uno sguardo a volte spento, eppure a volte fiero, pur nel dramma che vivono. I loro volti, i loro occhi, ci lasciano in balia della disperazione e allo stesso tempo di una tenue speranza.
Quella che emerge in modo commovente, dalle parole dei protagonisti, cui veniva chiesto cosa significasse per loro essere fotografate in quel modo: ”Ci siamo sentiti davvero umani. Abbiamo percepito il nostro valore”; “vorrei che le persone capissero tutte le difficoltà che abbiamo affrontato e che nonostante tutto ciò che abbiamo vissuto siamo ancora qui, in piedi”; “grazie per averci ascoltati, grazie per averci visti”; “nella vita di tutti i giorni mi sento come se non esistessi, oggi sento che esisto”; “sento che la mia storia meritava di essere raccontata”.
Soprattutto per queste parole sono uscito incazzato e in lacrime.
Capitolo uno e due. Nel 2020-21, in pieno covid, Brandt va in Kenya e Zimbabwe, e nel 2021-22 in Bolivia. Documenta l’estrema condizione in cui persone e animali vivono a causa di siccità, incendi, deforestazioni, inondazioni, distruzione di raccolti e armenti, costretti a migrare in continuazione.
Fotografa i protagonisti insieme ai pochi animali sopravvissuti (come i rinoceronti bianchi). Le immagini (di grandi dimensioni e impatto) mostrano persone e animali immersi in una nebbia artificiale a base d’acqua, che simboleggia la progressiva sparizione degli uni e degli altri, in un ambiente che resta, ma devastato. Una lampadina accesa sopra di loro sta a simboleggiare la fine della luce del giorno oppure una flebile speranza?
Capitolo quattro. (alle Gallerie è presentato come terzo nel percorso espositivo), Brandt ci porta nel deserto giordano per mettere in posa intere famiglie siriane costrette a migrare continuamente in cerca di condizioni ambientali sostenibili. Queste persone sono collocate su cubi metallici, e le forme che costituiscono le rendono quasi invisibili, come monoliti pieni in mezzo al deserto. Per inciso, queste immagini, molte delle quali realizzate al solo chiaro di luna, sono pazzesche, lasciano senza fiato.
Sovviene immediatamente il riferimento al monolite di Kubrik in “2001, odissea nello spazio”: in quel caso il monolite che appare agli ominidi all’alba dell’uomo trasmette l’intelletto, rende l’animale un essere pensante.
In questo caso noi osservatori ci accorgiamo di queste persone, scopriamo i loro volti e le loro espressioni, a nostra volta capiamo la situazione in cui si trovano (ci troviamo). Questi “monoliti” ci danno la conoscenza del loro dramma, che è anche il nostro.
Ma danno anche ai protagonisti di queste storie la possibilità di diventare consapevoli della loro esistenza, del fatto che comunque hanno una seppur flebile voce.
Capitolo tre. È l’unico capitolo a colori, ma ugualmente struggente e drammatico, verrebbe da dire “asfissiante”, visto che si svolge sott’acqua. Sott’acqua come rischiano seriamente di finire le popolazioni di molte isole del Pacifico, tra cui le magnifiche e turistiche Fiji, dove sono state realizzate. I soggetti sono ripresi sott’acqua, intenti ad azioni normali, quotidiane. Una quotidianità che però è segnata dalla tragedia imminente e che per molti è già realtà. Reale come lo sgomento che proviamo, noi osservatori, a vedere giovani che stanno circondati dalla barriera corallina ormai morta e annerita. Oppure figure che dal fondo guardano verso la luce in superficie, con sguardo interrogativo: c’è una speranza, anche stavolta?
L’intero lavoro resta sospeso tra speranza e tragedia.
Brandt si definisce “idealista negativo” o “pessimista idealista”, tutto per dirci che non ha la risposta, e anche io devo dire che non sono particolarmente ottimista, anzi.
Finché il profitto sfrenato e la legge del più forte saranno le uniche regole del mondo, gli ultimi – quindi i più poveri, gli animali, e l’ambiente, cioè chi è senza voce – soccomberanno a vantaggio di ricchi sempre più ricchi, che dietro di sé non lasceranno altro che miseria e tragedia.
p.s. le foto che ho realizzato e posto qui, sono per lo più volutamente dettagli che mi hanno colpito e che mi hanno aiutato a scrivere queste parole. Vi invito a prendervi il tempo, sul posto, per vederle nell’insieme e nei dettagli.
INFORMAZIONI
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Piazza San Carlo 156, 10121 - Torino
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Da martedì a domenica: aperto dalle 9.30 alle 19.00.
Ultimo ingresso alle ore 18.
Lunedì: chiuso.
