18.06.26 – Due mostre di artisti viventi e presenti, per l’estate 2026 di Camera a Torino

Dal 18 giugno al 4 ottobre 2026, Camera propone due interessantissime mostre:

  • Retrospettiva, dedicata a Harry Gruyaert, racconta il colore come esperienza visiva e sensoriale.
  • Photo Typo di Werner Jeker è dedicata ai manifesti foto-grafici del maestro svizzero della grafica.

Ma soprattutto il Centro torinese per la fotografia apre all’estate 2026 con alcune novità, secondo me, importanti:

  • dopo diverso tempo, tornano due mostre di artisti viventi e che si incontrano di persona: se non ricordo male, le ultime mostre che hanno consentito l’incontro con gli Autori sono state Michele Pellegrino nel 2024 e Paolo Ventura nel 2021. D’altronde è con i grandi nomi del passato che Camera ha ricostruito un importante bacino di utenza (40-45 mila visitatori di media alle mostre) e di cultura visiva, come ha sottolineato lo stesso Direttore Artistico.
  • si tratta di due mostre che dialogano tra di loro: una forte impronta “grafica”, dai colori accesi e dalle forme accattivanti, caratterizzano entrambe le “produzioni” dei due Autori presentati.
  • due produzioni inedite in entrambi i casi: Retrospettiva, porta per la prima volta in Italia la ricerca del maestro belga del colore Harry Gruyaert, e, nella Project Room, un’esposizione originale dedicata a Werner Jeker, tra i più importanti grafici svizzeri ad aver fatto della fotografia uno degli elementi centrali del proprio linguaggio visivo. Entrambe le mostre sono curate da François Hébel.
  • il colore è protagonista assoluto: totalizzante e dirompente nelle immagini di Gruyaert, essenziale ma determinante nella foto-grafica di Jeker.

"Dopo i grandi successi di CAMERA con i maestri americani del bianco e nero, mi sembrava importante celebrare il colore. Per questo ho invitato Harry Gruyaert, uno dei primi fotografi ad aver intuito che il colore sarebbe diventato un nuovo linguaggio fotografico, in un'epoca in cui soltanto il bianco e nero veniva riconosciuto come espressione della grande fotografia – dice François Hébel -. Vorrei che ogni stagione di CAMERA proponesse anche una curiosità fotografica. La mostra inedita Photo Typo di Werner Jeker si compone di 70 manifesti, allestiti magistralmente dallo stesso autore. Tra gli oltre 800 manifesti realizzati per progetti culturali e politici, abbiamo scelto quelli in cui il rapporto tra fotografia e tipografia rende evidente questo dialogo possibile; anzi, nel suo caso, i due linguaggi diventano opere in sé".

Con queste novità e queste modalità, si presenta al pubblico torinese il nuovo direttore artistico François Hébel, del quale, mi permetto di dire, trovo amabile il carattere, sempre sorridente in modo quasi sabaudo, e il suo understatement, altrettanto sabaudo, la sua simpatia naturale. Una persona con cui non ho ancora avuto modo di parlare direttamente, ma che mette a proprio agio con una presenza forte ma discreta, competente ma non supponente. Penso che Camera abbia trovato con lui una direzione autorevole e aperta, foriera di nuove visioni e di più forti rapporti internazionali. Credo che Torino abbia bisogno di una Camera così, e credo che Hebel avrà un grande ruolo in tutto ciò.

Harry Gruyaert. Retrospettiva

Retrospettiva, la prima grande mostra di Harry Gruyaert in Italia; tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea, il fotografo è nato in Belgio nel 1941 ed è membro di Magnum Photos. Gruyaert è stato tra i primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione non più descrittiva ma puramente creativa, percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia era prevalentemente celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston.

Seguendo un percorso cronologico, Retrospettiva si apre con la celebre serie TV Shots, realizzata a Londra nel 1972, in cui Gruyaert, influenzato da Pop Art e immaginario televisivo, manipola l’antenna del suo televisore per trasformare le immagini in composizioni vibranti e astratte. Olimpiadi, commedie televisive e i primi passi sulla Luna diventano così icone di una nuova cultura visiva dominata dal colore, simbolo di una tv che in quegli anni si reinventa a colori conquistando il pubblico con un linguaggio inedito e ipnotico.

Nella sezione Francia–Belgio si raccontano invece le prime ricerche tra il Belgio dove è nato e Parigi, città in cui si trasferisce nei primi anni Sessanta. Qui il fotografo si confronta con la sua terra d’origine, un territorio che inizialmente percepisce difficile da interpretare cromaticamente, ma che progressivamente, grazie ai contesti industriali, le insegne e gli oggetti dai colori vivaci tipici degli anni Settanta, riesce a modellare in composizioni fortemente grafiche.

Nella sezione Sud (quella che mi è piaciuta maggiormente) emerge un altro nucleo fondamentale della sua poetica: il Marocco, che rappresenta per Gruyaert una vera rivelazione visiva. Qui luce, architettura, paesaggio e presenza umana si fondono in un’esperienza percettiva intensa, e a partire da questa esperienza il fotografo compie numerosi viaggi nel Sud del mondo – dall’Egitto all’India, dalla Spagna alla Turchia – confrontandosi con luci abbacinanti, ombre profonde e tonalità vellutate che ampliano ulteriormente la sua ricerca.

Dalle miniere agli impianti siderurgici, dai laboratori farmaceutici alle centrali nucleari, Gruyaert viene incaricato di realizzare immagini per opuscoli finanziari e campagne di comunicazione aziendale. Nella sezione Industrie, il colore trova piena espressione nel contesto professionale e industriale, all’interno di ambienti tecnici e produttivi, dove riesce a trasformare macchinari, superfici e geometrie industriali in immagini quasi astratte, dominate da contrasti cromatici e composizioni rigorose.

Est incontra Ovest mette invece in dialogo due mondi: da un lato i colori artificiali, seducenti e commerciali del sogno americano, dall’altro le atmosfere spoglie e incerte della Russia post-sovietica. Attraverso questo confronto, Gruyaert riflette sulle identità visive e culturali di due sistemi profondamente diversi, mostrando come il colore possa diventare strumento di lettura politica e sociale.

Come realizzare un’immagine originale di paesaggi già infinite volte fotografati? Nella serie Litorali, nata quasi casualmente nel corso dei suoi viaggi e protagonista di un’intera sezione della mostra, le coste diventano per Gruyaert una sfida visiva, cui risponde riducendo gli elementi all’essenziale. Cielo, sabbia, mare e orizzonte costruiscono immagini minimali e sospese, dove luce e variazioni cromatiche sono assolute protagoniste.

Chiude il percorso Aeroporti, sezione dedicata ai luoghi di transito per eccellenza: sale d’attesa, vetrate, riflessi e trasparenze affascinano Gruyaert per la qualità artificiale della luce e per la possibilità di creare composizioni geometriche attraversate da colori netti e presenze fugaci, trasformando spazi anonimi e quotidiani in immagini di forte intensità visiva.

Harry Gruyaert è autore di numerosi libri, che cura in prima persona in ogni particolare, lavorando a stretto contatto con il designer e l’editore per realizzare un oggetto unico. Per l’occasione, invece di un tradizionale catalogo della mostra, CAMERA proporrà tutti i libri attualmente disponibili, mentre una vetrina all’interno della mostra raccoglierà tutte le pubblicazioni dedicate al suo lavoro.

Werner Jeker. Photo Typo

Accanto alla mostra del maestro belga, la Project Room di CAMERA ospita Photo Typo, esposizione dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia.

Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico nel panorama del graphic design contemporaneo: considerato tra i più importanti cartellonisti della sua generazione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si fondono in un equilibrio audace e raffinato, superando la semplice funzione comunicativa del manifesto per trasformarlo in una vera opera grafica autonoma.

La mostra, pensata appositamente per CAMERA e presentata per la prima volta in questa forma, riunisce un’ampia selezione dei manifesti più significativi realizzati da Jeker, con particolare attenzione ai lavori che usano la fotografia come elemento strutturale della composizione. L’approccio dell’autore si distingue per la capacità di intervenire sull’immagine con grande sensibilità e rispetto, preservandone l’integrità documentaria e al tempo stesso amplificandone la forza visiva attraverso il dialogo con la tipografia.

In un ambito in cui spesso fotografi e grafici tendono a difendere rigidamente i rispettivi territori espressivi, Jeker ha saputo costruire una relazione originale tra immagine e testo. I suoi manifesti traggono ispirazione diretta dai contenuti delle mostre e dalle poetiche degli autori, mentre in altri progetti la fotografia diventa strumento evocativo per raccontare spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche ed eventi culturali. Ogni elemento viene calibrato con precisione, dando vita a composizioni essenziali ma di forte impatto.

Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1965 e proseguita in autonomia dal 1972, Jeker ha firmato oltre 800 manifesti, accanto a libri, identità visive e progetti espositivi per importanti istituzioni culturali, sociali e commerciali internazionali. Pluripremiato a livello internazionale, ha ricevuto tra gli altri l’Infinity Award dell’International Center of Photography per l’uso innovativo della fotografia, oltre al primo premio per il progetto delle nuove banconote svizzere.

In occasione della mostra da CAMERA, per la prima volta saranno pubblicati i migliori manifesti di Werner Jeker, nei quali la fotografia dialoga con la tipografia: circa 70 manifesti sono stati selezionati da una collezione di oltre 800 lavori realizzati nel corso della sua carriera. Questo libro, edito da Dario Cimorelli Editore, si propone come uno strumento fondamentale per approfondire il dialogo, spesso complesso, tra fotografia e tipografia.

In conclusione.

La mostra di Gruyaert è ipnotica, ti travolge di colori, con un allestimento incalzante, ma tante stampe costringono ad una sosta prolungata per scoprire dettagli, masse, forme, soggetti e situazioni.

La mostra di Jeker è un lampo visivo, entrare nella Project Room stordisce, l’allestimento dello stesso Autore è ritmico in apparente assenza di direzione, ma anzi studiato alla perfezione per attrarre e stupire: una delle esposizioni più sorprendenti, forse la più emozionante, nei dieci anni di Camera. 

INFORMAZIONI

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 - Torino

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12.02.26 – Edward Weston : la nuova preziosa mostra di Camera

Dal 12 febbraio 2026, gli spazi di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino accolgono Edward Weston. La materia delle forme, la grande mostra organizzata da Fundación Mapfre in collaborazione con CAMERA Torino che, dopo le tappe di Madrid e Barcellona, approda per la prima volta in Italia.

Oggi, durante la Conferenza Stampa, il Presidente Chieli ha elencato alcuni dei successi più recenti di Camera, dal Lucie Award ai 45 mila visitatori per la splendida mostra su Lee Miller, appena conclusa.

Il nuovo simpatico Direttore Francois Hébel ha illustrato il ricco programma 2026, con le successive mostre di Harry Gruyaert e Letizia Battaglia, e ha accennato alle ricche opportunità date dal fatto che Camera ha ottenuto l’organizzazione del Torino Photo Festival Exposed dal prossimo 9 aprile, seguita da Walter Guadagnini precedente Direttore di Camera.

Finalmente il curatore Sergio Mah, ha introdotto la mostra su Weston con una particolarmente apprezzata e appassionata presentazione, nelle quale ha sottolineato la presenza in mostra di tantissime stampe vintage, originali e di alto pregio, la cui cura necessita di luci più basse del solito.

Secondo Mah, la figura di Weston emerge nel panorama del ‘900 per il suo peculiare modo di interpretare la realtà, con inquadrature e composizioni ricercate, dettagliate e precise.

La sua fotografia va ben oltre la fisicità dei soggetti ripresi, badando piuttosto alla loro percezione da parte dell’osservatore, che è invitato in tal modo a compartecipare, a vivere una esperienza personale.

Weston celebra la bellezza non in sé, ma per interagire con essa.

La forma ha una materia, una massa, ma transfigura grazie al ruolo attivo dell’osservatore.

La mostra è arricchita di diversi testi dell’autore che toccano aspetti fondamentali della sua poetica.

Con una selezione di 171 immagini, molte delle quali vintage, il percorso espositivo – curato da Sérgio Mah – si configura come un’ampia antologia che ripercorre tutte le fasi della produzione di Edward Weston (Illinois, 1886 - California, 1958) e presenta una selezione delle prime edizioni dei libri pubblicati dall’autore nel corso della sua vita. Arricchisce la visita anche il cortometraggio The Photographer del regista Willard Van Dyke (26’, Stati Uniti, 1948) per uno sguardo ravvicinato sull’ultimo periodo di attività di Weston che mette in luce il suo metodo di lavoro e il processo creativo. L’esposizione propone così una visione articolata ed estesa sull’eredità di una delle figure di spicco della fotografia moderna nordamericana. Un corpus che si pone come un contrappunto estetico e concettuale al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee.

La mostra ripercorre l’evoluzione della ricerca fotografica di Edward Weston, a partire dai primi lavori di impronta pittorialista, caratterizzati da vedute impressionistiche, temi pastorali, ritratti espressivi e da un uso morbido della messa a fuoco e delle ombre. In questa fase iniziale emerge già il suo interesse per la fotografia come linguaggio creativo autonomo.

I soggiorni in Messico tra il 1923 e il 1926 rappresentano una svolta fondamentale: qui Weston amplia il proprio repertorio tematico e si allontana definitivamente dal pittorialismo, consolidando uno stile basato sul rigore tecnico, formale e compositivo. Matura la consapevolezza che l’essenza della fotografia risieda nel momento dello scatto e nella capacità di osservare e scegliere, trasformando soggetti comuni in immagini di forte intensità visiva.

Dopo il Messico realizza importanti serie di nudi, in cui il corpo umano è concepito principalmente come forma. Esemplare quello del 1936, dove la sensualità deriva dal gioco di linee, volumi, contorni e ombre, più che da una dimensione narrativa o psicologica. A partire dal 1927 si dedica anche alle nature morte, attraverso le quali ricerca l’essenza senza tempo degli oggetti naturali e mette in evidenza le potenzialità percettive del mezzo fotografico: il Peperone n.30, ad esempio, si trasforma in un nudo preso di spalle, mentre la Conchiglia e la Foglia di cavolo escono dalla dimensione dell’oggetto comune per essere esaltati come attori sul palcoscenico.

Dalla fine degli anni Venti il paesaggio diventa centrale nella sua produzione: Weston fotografa i vasti territori dell’Ovest americano — deserti, coste e parchi naturali — privilegiando luoghi incontaminati e privi di presenza umana. Le sue immagini restituiscono una visione epica e contemplativa della natura, attenta alla luce, ai fenomeni atmosferici e alla morfologia del territorio: le foto della Death Valley di quel periodo, infatti, hanno fini artistici e non di mera presa diretta della realtà. Negli anni Quaranta il suo immaginario si fa più malinconico, con immagini legate alla decadenza e alla morte. A Point Lobos, infine, Weston trova una natura primordiale e vitale, capace di sostenere uno sguardo rinnovato, insieme concreto e metafisico, sul mondo naturale.

Pioniere di una visione rigorosamente moderna, Weston scelse la fotocamera a grande formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito a un profondo legame con la natura, la luce e la forma, ha generato un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, l’opera essenziale e inconfondibile di Weston offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo centrale che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

La mostra è organizzata da Fundacion Mapfre in collaborazione con Camera.

Biografia

Edward Weston nasce il 24 marzo 1886 a Highland Park, in Illinois. All’età di vent’anni si trasferisce in California, dove pubblica la sua prima fotografia. Nel 1911 apre il suo studio a Tropico (in California) e inizia a esporre le sue opere in diversi saloni fotografici nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Contribuisce alla fondazione dei Camera Pictorialists di Los Angeles e, qualche anno più tardi, inizia a sperimentare con angolazioni astratte e variazioni di luce.

Nel 1923 Weston si reca a Città del Messico insieme al figlio Chandler e alla fotografa Tina Modotti, dove apre un altro studio. Nel 1927 realizza una significativa serie di nudi, e alcuni estratti dei suoi diari vengono pubblicati sulla rivista Creative Art. Due anni dopo fonda il suo studio fotografico a Carmel in California. Nel 1934 fotografa per la prima volta Oceano Dunes (California), e l’anno successivo scatta probabilmente la sua fotografia più famosa: un nudo della sua seconda moglie, Charis Wilson. Nel 1937 Edward Weston diventa il primo fotografo a ricevere una Guggenheim Fellowship, prestigiosa borsa di studio destinata a individui di talento in numerosi ambiti, tra arti creative, scienze naturali, scienze sociali e discipline umanistiche.

Nel 1941 viene incaricato di illustrare Leaves of Grass di Walt Whitman, un progetto che lo porta a viaggiare in tutto il territorio degli Stati Uniti fino a quando, il 7 dicembre, viene interrotto a causa dell’attacco a Pearl Harbor. Nel 1945 gli viene diagnosticato il morbo di Parkinson e l’anno successivo si tiene una grande retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMA) di New York, con un totale di 250 fotografie. Suo figlio Cole si trasferisce a Carmel per assisterlo e stampare le sue opere. Nel 1948, con il peggiorare della malattia, Weston scatta la sua ultima fotografia a Point Lobos.

Negli anni successivi vengono pubblicati diversi libri sul suo lavoro e si tiene una retrospettiva al Musée d’Art Moderne di Parigi. Edward Weston muore il 1° gennaio 1958 a Wildcat Hill e le sue ceneri vengono disperse nella zona che oggi prende il suo nome, Weston Beach, a Point Lobos.

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