Presentate questa mattina le due mostre dell’autunno 2026 a Camera, Centro Italiano per la Fotografia:
LETIZIA BATTAGLIA. L’OPERA, 1970-2020
17 ottobre 2026 – 7 febbraio 2027
DAVIDE TRANCHINA. LIGHT-YEARS AWAY
17 ottobre 2026 – 6 gennaio 2027
La grande mostra dedicata a Letizia Battaglia, una delle figure più importanti della fotografia italiana del secondo Novecento, racconta la sua vita, di oltre 50 anni di attività, dal 1970 al 2022, attraverso oltre 200 immagini, dai celebri reportage sulla mafia alle feste religiose, dai volti della Sicilia agli aspetti più intimi e poetici della vita quotidiana.
Walter Guadagnini, curatore della mostra, raccontava come nacque l’idea, due anni e mezzo fa, e il percorso compiuto tra Tours, Arles e Forlì, la coproduzione con Jeu de Paume e in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia.
Sono esposte tutte le sue immagini più note per cui è famosa, ma anche tante scoperte lavorando in collaborazione con l’Archivio.
L’obiettivo era sottolineare, aldilà della semplificazione di “fotografa della mafia”, o meglio di “fotografa CONTRO la mafia”, il grande lascito della Battaglia come intellettuale militante, senza retorica, impegnata in ogni campo della vita politica, sociale e culturale.
Nelle parole della nipote Marta Sollima, che col fratello gestisce l’immenso archivio fotografico, è emersa la dimensione della persona, oltre a quella dell’artista, caratterizzata da un forte senso dell’umorismo e dell’ironia.
Il mio invito è a scoprire queste dimensioni nelle meravigliose stampe, a riguardo delle quali voglio sottolineare la presenza di moltissime stampe originali che Letizia Battaglia stampava e consegnava personalmente alle testate con cui collaborava.
Pensare che queste stampe, dalle minute 15x10, alle 30x20, siano passate tra le mani dell’Autrice, l’ho trovato emozionante.
Il percorso della mostra prende avvio dagli esordi tra Palermo e Milano, alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, quando Battaglia si avvicina alla fotografia lavorando per riviste e confrontandosi con un ambiente culturale vivace e politicamente impegnato. Sono anni in cui realizza ritratti e immagini legate alla vita sociale e culturale, come il ritratto di Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati di Milano del 1972, costruendo progressivamente uno stile diretto e personale.
Nel 1974 torna a Palermo e inizia a collaborare con il quotidiano L’Ora, dove nel giro di pochi anni assume la direzione del servizio fotografico. È soprattutto attraverso il lavoro per il giornale che prende forma il suo lungo racconto della città: una fotografia profondamente legata alla realtà e alla necessità di documentarla, ma capace allo stesso tempo di cogliere la dignità, l’ironia, l’affetto e la vitalità delle persone.
È però il racconto della mafia a rendere il lavoro di Battaglia un documento di straordinaria importanza per la storia italiana. Negli anni Settanta e Ottanta la fotografa registra l’escalation della violenza e il progressivo intreccio tra mafia e potere politico, lavorando spesso insieme a Franco Zecchin. Le sue immagini degli omicidi, dei luoghi della criminalità e dei protagonisti della vita pubblica restituiscono la dimensione di una stagione in cui la violenza mafiosa diventa sempre più pervasiva. Tra gli scatti più celebri, i ritratti di Boris Giuliano e Leoluca Bagarella, così come l’immagine di Sergio Mattarella accanto al corpo del fratello Piersanti, testimoniano la capacità di Battaglia di trasformare la fotografia di cronaca in una forma di denuncia civile.
Il percorso prosegue attraverso gli anni Ottanta, durante i quali Battaglia documenta gli omicidi, ma anche le figure politiche e istituzionali coinvolte nella vita della città, fino al maxiprocesso del 1986 e agli anni che conducono alle stragi del 1992. Dopo Capaci e via D’Amelio, il rapporto con la fotografia di cronaca cambia profondamente: la lunga esposizione alla violenza e alla morte porta Battaglia ad abbandonare progressivamente il lavoro di attualità per dedicarsi ad altre forme di impegno politico, culturale e sociale.
Parallelamente, negli anni Ottanta Battaglia fotografa i diversi volti della città, dalle periferie agli ambienti della borghesia e dell’aristocrazia, dalle strade ai luoghi di incontro e di svago. Sono immagini in cui convivono povertà e ricchezza, impegno politico e tempo libero, accanto ai ritratti di giovani donne, intellettuali e personaggi della cultura, tra cui Goffredo Fofi, Mauro Rostagno, Leonardo Sciascia e Renato Guttuso.
Un nucleo importante è dedicato alla Real Casa dei Matti, l’istituto psichiatrico di Palermo: le fotografie realizzate al suo interno documentano una realtà segnata dall’emarginazione e dalle condizioni disumane degli ospedali psichiatrici, ma sono anche il risultato di una relazione diretta e profonda con le persone ritratte.
Un’altra dimensione fondamentale della ricerca di Battaglia è quella delle feste religiose, osservate come momenti collettivi in cui la comunità si riconosce e l’identità del territorio si manifesta attraverso rituali, corpi, gesti e folle. In queste immagini il suo sguardo si muove dalla dimensione individuale alla scena corale, restituendo l’energia e le diverse tonalità – dal grottesco al drammatico, fino al lirico – delle celebrazioni siciliane. Ne sono un esempio gli scatti del 1985 dedicati ai Misteri pasquali di Collesano e quelli di Trapani del 1989.
Il lavoro di Battaglia si estende anche oltre i confini della Sicilia. Nel 1985 riceve, ex aequo con Donna Ferrato, il W. Eugene Smith Fund Grant in Humanistic Photography, importante riconoscimento internazionale che le permette di proseguire la propria ricerca in diversi Paesi. Dalla Turchia all’Egitto, dalla Russia alla ex Jugoslavia, dalla Romania agli Stati Uniti, dalla Scozia alla Groenlandia, Battaglia continua a rivolgere l’attenzione soprattutto alle persone comuni, ai bambini e ai giovani, come nel ritratto di Lizzie in uno shelter nella 47th a New York del 1985, ritrovando anche lontano da Palermo temi e situazioni capaci di entrare in dialogo con il suo lavoro siciliano.
Dopo il 1992, Battaglia amplia ulteriormente il proprio campo d’azione, dedicandosi all’attività politica e culturale e fondando riviste come Grandevu e Mezzocielo. Nel 2017 apre ai Cantieri Culturali alla Zisa il Centro Internazionale di Fotografia, continuando a sostenere la fotografia come strumento di conoscenza, partecipazione e trasformazione. Anche negli ultimi anni il suo sguardo torna a concentrarsi sui giovani, sul cambiamento della mafia e sulla rappresentazione del corpo femminile come spazio di autonomia e libertà.
Il percorso è arricchito da 22 riviste alle quali Battaglia ha collaborato – e che in alcuni casi ha fondato e diretto – e da un docufilm dedicato alla sua vita “Amore Amaro” per la regia di Francesco G. Raganato (2012).
Un'ulteriore occasione per avvicinarsi al lavoro e alla figura di Letizia Battaglia sarà l'incontro del 19 novembre alle ore 18.30 a CAMERA con Marta Sollima, nipote della fotografa e vicepresidente dell'Archivio Letizia Battaglia, in dialogo con Walter Guadagnini, curatore della mostra.
L’esposizione è accompagnata dal catalogo edito da Dario Cimorelli.
Parallelamente, la Project Room di CAMERA ospita Davide Tranchina. Light-years Away, una mostra personale che ripercorre oltre vent’anni di ricerca dell’artista bolognese, nato nel 1972.
La ricerca di Tranchina parte da una riflessione sul rapporto tra fotografia e realtà e sulla possibilità di costruire immagini capaci di mettere in discussione ciò che normalmente riconosciamo come fotografico.
Le sue opere possono partire da elementi molto semplici e riconoscibili – oggetti, paesaggi, fenomeni naturali – per trasformarli in immagini ambigue, sospese tra esperienza reale e invenzione. La fotografia non è quindi soltanto uno strumento per registrare ciò che si trova davanti all’obiettivo, ma diventa un dispositivo attraverso il quale la realtà viene costruita, alterata e nuovamente osservata.
Nel suo lavoro convivono due modalità apparentemente opposte: da una parte immagini costruite attraverso installazioni e dispositivi complessi, nelle quali la fotografia entra in relazione con lo spazio evocando luoghi e fenomeni al tempo stesso reali e immaginari; dall’altra fotografie di piccolo formato e Polaroid, più vicine a un rapporto diretto con ciò che si ha davanti, nelle quali il processo fotografico diventa una sorta di taccuino visivo, uno strumento per registrare non soltanto ciò che viene visto, ma anche il modo in cui l’immagine prende forma. È nella tensione tra queste diverse modalità che si sviluppa la ricerca dell’artista sulla natura dell’immagine e sulla percezione di ciò che vediamo.
Per CAMERA, Tranchina rilegge alcune tappe fondamentali del proprio percorso attraverso un progetto che culmina in un’opera completamente inedita, concepita e realizzata appositamente per gli spazi della Project Room. Il nuovo lavoro prosegue la sua indagine sulla percezione e sulla natura dell’immagine, mettendo in relazione la dimensione fisica dell’installazione con quella mentale e immaginativa dello sguardo.
La mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Studio G7 di Bologna, è curata da Walter Guadagnini, che segue da anni il lavoro di Tranchina e con il quale l’artista condivide anche l’esperienza didattica all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove entrambi insegnano nel corso biennale di Fotografia.
Completa l'esposizione il catalogo pubblicato da Dario Cimorelli Editore e realizzato in occasione della mostra, concepito come ulteriore strumento di lettura e approfondimento della pratica artistica di Tranchina.
Il pubblico avrà inoltre l’opportunità di approfondire il lavoro e la poetica di Davide Tranchina attraverso un incontro con l’artista, in dialogo con Walter Guadagnini, curatore della mostra, in programma il 3 dicembre alle 18:30 a CAMERA.
Come ulteriore sviluppo del progetto espositivo presente a CAMERA, Davide Tranchina presenta un'inedita installazione site-specific da Berberè Pizzeria, dentro Binaria Centro Commensale del Gruppo Abele, che inaugura il 30 ottobre. Realizzata grazie al sostegno e alla collaborazione di Berberè Pizzeria — che è anche sponsor della mostra — l'opera “Apparent Horizons” trasforma uno spazio di Berberè in una suggestiva struttura luminosa composta da otto lightbox. L’intervento dell’artista nasce dalla vocazione sociale e umana dello spazio per creare un’apertura inaspettata verso l'infinito: un invito a superare la dimensione contingente e a spingere lo sguardo oltre l'orizzonte. L'installazione diventerà così un punto di forte attrattiva visiva e concettuale all'interno di Binaria.
