23.06.24 – Camera presenta 150 fotografie di Margaret Bourke-White – fino al 6 ottobre 2024

Le nuove mostre fotografiche estive di Camera, a Torino

Abbiamo partecipato alla presentazione alla stampa della nuova superba mostra su Margaret Bourke-White a Camera - Centro Italiano per la Fotografia, aperta fino al 6 ottobre 2024.
Dico subito due aspetti che trovo rimarchevoli: le eccellenti stampe di Davide D'angelo e finalmente i vetri antiriflesso che ne consentono piena godibilità. Grazie Camera!

Monica Poggi ha curato un percorso che, attraverso 150 fotografie, racconta l’opera della famosa fotografa americana dal 1930 al 1960.
Margaret Bourke-White ha attraversato la metà del XX secolo con una vita e un’opera straordinaria, con un livello ed una forza espressiva costanti, che l’hanno portata sempre dove la storia costituiva momenti di svolta, a contatto diretto con i più noti personaggi del momento, affermando in modo fermo, determinato ed anticipatore, la sua femminilità e la sua capacità di racconto per immagini.
Molti dei suoi scatti sono diventati iconici e famosissimi, la rivista LIFE le deve molto del suo successo, e noi dobbiamo molto alla sua acutezza di visione, alla sua ironia, al suo coraggio.
Bourke-White divenne una delle fotografe più note del Novecento, a tal punto che negli anni di suo maggior successo escono un fumetto e una serie televisiva a lei dedicati.
La sua forza è stata quella di leggere gli avvenimenti del mondo per trovarsi nel posto al momento giusto, senza per forza realizzare immagini sensazionali.
Nella sua autobiografia scrive:” Mi svegliavo ogni mattina pronta a ogni sorpresa che il giorno mi avrebbe portato. Tutto poteva essere conquistato. Niente era troppo difficile. Dicevi sì alla sfida e costruivi la storia”
Nasce a New York nel 1904, studia biologia alla Columbia University e frequenta per alcune settimane il corso di fotografia tenuto dal famoso fotografo pittorialista Clarence H. White.
Trasferitasi alla Cornell University, Bourke-White inizia a vendere le sue fotografie all’interno del campus per mantenersi durante gli studi; nel 1926 si stabilisce a Cleveland e apre un piccolo studio fotografico: di giorno immortala architetture e giardini, guadagnando il necessario per comprare attrezzature e materiali che usa di notte per ritrarre le grandi acciaierie della città.
Nel 1929 l'editore Henry Luce la invita a New York per contribuire alla nascita della rivista illustrata Fortune e da quel momento la carriera di Bourke-White è un percorso in continua ascesa.
Le trasformazioni del mondo sono il cuore della ricerca entusiasta e incessante della fotografa.
Pubblica celebri reportage sulle industrie americane e viaggia in Unione Sovietica, dove documenta lo sviluppo del piano quinquennale promosso da Stalin per trasformare il paese in una grande potenza industriale. Una delle immagini più note di questo periodo è quella che la ritrae accovacciata su uno dei grandi gargoyle del Chrysler Building, dove vive, mentre, senza alcuna protezione, fotografa dall’alto il brulichio della città sottostante.
Negli anni Trenta la rivista LIFE sceglierà la sua foto della diga di Fort Peck per la copertina del primo numero, uscito il 23 novembre 1936. LIFE vuole essere una finestra sul mondo, testimone oculare dei grandi avvenimenti della storia, fare vedere cose mai viste e sostenere i valori del New Deal. Se inizialmente i suoi lavori si contraddistinguono per la quasi totale assenza dell’uomo in favore delle architetture e delle macchine industriali, con la pubblicazione del libro fotografico You have seen their faces (1937) compie un cambio di rotta, concentrandosi sulla denuncia della povertà e della segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti.
Durante la Seconda guerra mondiale realizza reportage in Unione Sovietica, nel Nord Africa, in Italia e in Germania, seguendo l'entrata delle truppe statunitensi a Berlino e documentando gli orrori dei campi di concentramento.
Dedica gli ultimi servizi all’Apartheid in Sud Africa e alla segregazione razziale negli Stati Uniti.
Bourke-White viene accolta ovunque, anche in situazioni di conflitto, come una celebrità, status che le permette di realizzare ritratti a personaggi storici come Stalin e Gandhi.
Lo stile di Bourke-White predilige la posa alla presa diretta spontanea (più cara a Robert Capa), così trasforma le persone più umili in attori universali, rappresentati di una collettività, eroici anche nella miseria.
Dopo una carriera di reportage indimenticabili, nel 1957 è costretta ad abbandonare la fotografia a causa dei sintomi del morbo di Parkinson, dedicandosi alla scrittura della sua autobiografia Portrait of myself, pubblicata nel 1963. Nel 1971 muore a causa delle complicazioni dovute alla malattia.
La mostra include un percorso di opere visivo-tattili accompagnate da audiodescrizioni che approfondiscono lo stile e la storia. La selezione comprende sia alcune delle immagini più note sia alcuni scatti meno conosciuti del lavoro dell’autrice.

SALA 1 – I primi servizi di LIFE
Nel novembre del 1936 esce il primo numero di LIFE, rivista dedicata a un grande pubblico all’interno della quale la fotografia ha un ruolo fondamentale. Bourke-White viene incaricata di realizzare le immagini per le prime pagine e la copertina. Il soggetto è uno dei più grandi progetti del New Deal: la costruzione della diga di Fort Peck, in Montana. Col suo lavoro l’autrice racconta sia la monumentalità della diga che la vita degli operai che vivono con le loro famiglie nei villaggi e nelle baraccopoli sorte attorno al cantiere.

SALA 2 – L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli
L’industria è uno dei temi più importanti e più ricorrenti della carriera di Bourke-White. Le prime immagini risalgono al 1926: realizzate nell’acciaieria Otis a Cleveland, dimostrano il grande coraggio e la determinazione nell’affrontare la pericolosità del luogo. Le industrie e le macchine sono per lei i migliori soggetti per raccontare il tempo in cui vive e la grandezza degli Stati Uniti, di cui si fa portavoce per tutta la vita. Allo stesso modo, le immagini delle città e delle metropoli raccontano la sua incrollabile fiducia nel progresso.

SALA 3 – Ritrarre l’utopia in Russia
All’inizio degli anni Trenta, Bourke-White compie diversi viaggi in Unione Sovietica, spinta dalla volontà di documentare gli stravolgimenti che investono il paese. Il governo stalinista ha infatti varato il primo piano quinquennale che ha lo scopo di trasformare il paese in una potenza industriale. Grazie alla sua esperienza nelle acciaierie, Bourke-White è la prima fotografa occidentale ammessa nel paese. Pochi anni dopo sarà la prima fotografa straniera a ritrarre Stalin, immortalato nel raro istante di un sorriso.

SALA 4 – Cielo e fango, le fotografie della guerra
Grazie a un accordo fra LIFE e il Pentagono, Bourke-White è la prima fotografa a seguire le forze di aviazione statunitensi durante la Seconda guerra mondiale. Passati alcuni mesi in nord Africa, si trasferisce in Italia, per documentare la liberazione e la vita della popolazione civile. Nel 1945 segue l’avanzata in Germania, fino alla liberazione di Buchenwald, dove ritrae i sopravvissuti scheletrici, gli ammassi di corpi, ma anche i volti sconvolti dei civili tedeschi obbligati a entrare nel campo per prendere coscienza di ciò che era avvenuto a pochi passi dalle loro case.

SALA 5 – Il mondo senza confini: i reportage in India, Pakistan e Corea
Durante la Seconda guerra mondiale, nasce in India il movimento di liberazione dalla dominazione coloniale britannica guidato da Gandhi, protagonista di alcune delle fotografie più note di Margaret Bourke-White. L’autrice ritrae anche il funerale del leader induista. Ritrae anche Muhammad Ali Jinnah, sostenitore della nascita dello stato pakistano, e i tragici massacri avvenuti fra hindu e musulmani e i drammatici fatti seguenti alla separazione fra India e Pakistan del 1947.
L’ultima guerra documentata da Bourke-White è quella in Corea dal 1952.

SALA 6 – Oro, diamanti e coca-cola
Il tema del razzismo è particolarmente caro a Bourke-White, che fin dai primi anni della sua carriera documenta senza esitazione le diseguaglianze che affliggono gli Stati Uniti.
Anche il reportage che realizza in Sudafrica mostra la crudeltà dell’apartheid, con lo sfruttamento dei minatori per l’estrazione di oro e diamanti.
Quando fotografare le diventa impossibile, decide di diventare soggetto fotografico. Con la testa rasata, si mostra sulle pagine di LIFE in una nuova veste.

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Con l’esposizione Il giorno dopo la notte, invece, fino al 21 luglio 2024, la Project Room di CAMERA apre le sue porte alla personale di PAOLO NOVELLI (Brescia, 1976) a cura del direttore artistico del Centro Walter Guadagnini, che riunisce due cicli di lavoro del fotografo – La notte non basta e Il giorno non basta - realizzati fra 2011 e 2018, considerati centrali nell’evoluzione del suo linguaggio.
Entrambe realizzate in analogico in un rigoroso bianco e nero, nel quale il processo di stampa assume un’importanza fondamentale, le due serie presentano sostanzialmente un unico soggetto, le finestre, coperte da persiane chiuse o murate, sulle facciate di edifici che non presentano alcuna caratteristica architettonica di particolare fascino. Le finestre qui vengono intese come una soglia, punto d’incontro tra dentro e fuori, luce e ombra. Il silenzio è un altro attore delle sue fotografie, avvolgente, in attesa di un movimento, un modo per sottolineare il tempo sospeso delle immagini, tra un prima e un dopo inconoscibili.

 

11.10.22 – Robert Doisneau: una sontuosa antologica a Camera – fino al 14 febbraio 2023

Ieri mattina abbiamo partecipato alla presentazione alla stampa della nuova, sontuosa, mostra di Camera - Centro Italiano per la Fotografia, aperta dall'11 ottobre 2022 al 14 febbraio 2023.

Robert Doisneau (1912-1994), notissimo per alcuni scatti iconici tra cui il celeberrimo “Baiser de l’Hotel de Ville”, ha lasciato un patrimonio di 450 mila negativi, meno noti.

L’ampia antologica di Camera consente di approfondire la conoscenza di uno dei Maestri riconosciuti del XX secolo.

Una mostra da gustare lentamente, per entrare a fondo nel mondo ripreso da Doisneau, per viverlo con gli stessi sentimenti che traspaiono dai suoi scatti.

Al termine rimane, anche nei giorni successivi, un retrogusto buono, un ricordo morbido ed avvolgente.

È una cifra stilistica specifica di Doisneau, rispetto al suo più noto collega Cartier-Bresson, che me le ho fatto amare fin dalla gioventù: mentre nelle foto di HCB traspare un approccio calcolato, quasi matematico, talmente perfetto da risultare spessp algido, nelle immagini di Doisneau c’è un fil rouge di coinvolgimento, di empatia, di immedesimazione, di partecipazione alla realtà che fotografa, che arriva all’osservatore non frettoloso.

Le parole del curatore Gabriel Bauret spiegano perfettamente l’intento della mostra: “non è l’ennesima esposizione su Robert Doisneau né una retrospettiva sulla sua produzione, ma è frutto della scelta consapevole di mettere in evidenza quello che c’è dietro le sue fotografie”.

In primo luogo si vuole mostrare il legame tra le sue opere e la sua biografia, scoprire l’Autore dietro le sue immagini.

È un uomo con una determinata storia, che viene da un determinato contesto e che ha cercato di ritrovare nella fotografia alcuni aspetti forse mancati nella sua esistenza. In particolare, Doisneau ricerca, nel suo “teatro della strada”, una certa forma di tenerezza, una certa forma di umanità.

È un fotografo “umanista” nel senso che l’uomo è al centro della Fotografia.

Doisneau non è un filosofo ma la sua fotografia è vicina alla filosofia umanista ed esistenzialista di Camus e di Sartre. La sua postura fotografica è pienamente consapevole del suo periodo storico, immersa nei drammi e delle speranze dell’uomo del suo tempo, e proprio per questo è assolutamente contemporanea ed attuale nella sua essenza.

É un fotografo che ricercava il proprio piacere personale nell’atto del fotografare, che cercava di trovarsi a proprio agio in quell’universo.

Del resto, Doisneau diceva spesso di amare e cercare quelle situazioni nelle quali si sentiva bene. In quelle situazioni che fotografa ritroviamo, infatti, sentimenti, complicità, intesa, nonché ironia e curiosità”

Il secondo aspetto che emerge da questa mostra è la qualità della composizione.

La costruzione dell’immagine va ben oltre il soggetto e il risultato è che tutto contribuisce ad evidenziare e far esprimere il soggetto stesso.

Consiglio di prestare particolare attenzione a questo aspetto, che in alcune immagini appare al primo colpo d’occhio, ma in molte altre emerge sottilmente e lentamente.

La mostra presenta un percorso attraverso i temi ricorrenti da lui affrontati in più di cinquant’anni con la fotocamera sempre pronta a scattare: Bambini, 1934 – 1956; Occupazione e Liberazione, 1940 – 1944; Il dopoguerra, 1945 – 1953; Il mondo del lavoro, 1935 -1950; Il teatro della strada, 1945 – 1954; Scene di interni, 1943 – 1970; Portinerie, 1945 – 1953; Ritratti, 1942 – 1961; Una certa idea della felicità, 1945 -1961; Bistrot, 1948 – 1957; Moda e mondanità, 1950 – 1952.

Il sontuoso allestimento della mostra a CAMERA presenta oltre 130 stampe ai sali d’argento in bianco e nero su carta baritata che provengono tutte dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge.

Al termine, un’intervista video al curatore Gabriel Bauret e la proiezione di un estratto dal film realizzato nel 2016 dalla nipote del fotografo, Clémentine Deroudille: Robert Doisneau, le révolté du merveilleux (Robert Doisneau. La lente delle meraviglie), che contribuisce ad approfondire la conoscenza dell’uomo e della sua opera.

Last but non least, con l’intento di favorire la partecipazione di un pubblico sempre più ampio, la mostra include un percorso dedicato alle persone con disabilità visiva che comprende disegni a rilievo e relative audiodescrizioni.

Infine il notevole catalogo “Robert Doisneau”, edito da Silvana Editoriale.

 

INFORMAZIONI

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 - Torino www.camera.to | camera@camera.to

Facebook/ @cameratorino

Instagram/ @cameratorino

Orari di apertura (Ultimo ingresso, 30 minuti prima della chiusura)

Lunedì 11.00 - 19.00

Martedì 11.00 - 19.00

Mercoledì 11.00 - 19.00

Giovedì 11.00 - 21.00

Venerdì 11.00 - 19.00

Sabato 11.00 - 19.00

Domenica 11.00 - 19.00

Chiusura

24 dicembre 2022

25 dicembre 2022

Orari speciali

31 dicembre 2022 11.00-15.00

1 gennaio 2023 15.00-19.00

Biglietti
Ingresso Intero € 12
Ingresso Ridotto € 8, fino a 26 anni, oltre 70 anni

e per i soci / possessori / iscritti:

Alliance Française AFIP – Associazione Fotografi Professionisti, Aiace Torino, Amici della Fondazione per l’Architettura, APC Gold Card, Card “Io Leggo di Più”, Card MenoUnoPiuSei, Centro Congressi Unione Industriale Torino, COOP, ENI Station, Enjoy, FAI – Fondo Ambiente Italiano, FIAF, Hangar Bicocca, Medicina e Misura di Donna Onlus, Ordine degli Architetti, Slow Food, Touring Club Italiano.

E per possessori del biglietto d’ingresso di:

Gallerie d’Italia (Torino, Milano, Napoli, Vicenza), Forte di Bard, Museo Nazionale del Cinema, MEF – Museo Ettore Fico.

Ingresso Gratuito
Bambini fino a 12 anni
Possessori Abbonamento Musei Torino Piemonte, possessori Torino + Piemonte Card, soci ICOM.

Visitatori con disabilità e un loro accompagnatore. Guide turistiche abilitate

09.09.22 – Al MAO la mostra: Riposo! Cina 1981-1984 nelle foto di Andrea Cavazzuti

Stamattina abbiamo partecipato alla presentazione alla stampa della nuova mostra del MAO (Museo d’Arte Orientale di Torino).

Si tratta questa volta di una mostra fotografica, ispirata alle radici culturali del Museo, ma ormai orientata alle nuove direttive dei Musei italiani, non più solo luogo della conservazione, ma soprattutto della fruizione, della produzione culturale, della condivisione pubblica del sapere e del patrimonio materiale artistico.

Questo al centro dell’introduzione del suo Direttore Davide Quadrio, nell’occasione anche curatore della mostra insieme a Stefania Stafutti, direttrice italiana dell’Ist.Confucio dell’Università di Torino, che hanno poi presentato la mostra e l’Artista fotografo.

Non si tratta di una mostra qualsiasi sulla Cina tra il 1981 e il 1984, ma delle fotografie di un importante Autore italiano, Andrea Cavazzuti, classe 1959, che partecipò tra le altre cose a “Viaggio in Italia”, il progetto fotografico inventato e coordinato da Luigi Ghirri, che vide coinvolto anche un altro grande come Olivo Barbieri che sarà a Torino il 1° ottobre proprio insieme a Cavazzuti.

Andrea Cavazzuti vive e lavora da più di trent’anni in Cina, dove approdò nel 1981.

Le sue parole: “In Occidente l’immaginario visivo della Cina era, come un po’ ancora oggi, quello del già defunto Mao e della già conclusa Rivoluzione Culturale. Figlio dei miei tempi e allenato com’ero a cercare oltre gli stereotipi anche in patria, fotografavo una Cina non vista e, quel che è peggio, nemmeno immaginata, quindi invisibile. Le cose già viste soddisfano, consolano, hanno a che fare con la memoria mentre il non visto è secco, scostante, refrattario, a volte antipatico. La Cina mi si presentava come uno straordinario bazar di oggetti, scene e comportamenti non omologati tra i nostri cliché culturali. Per me era irresistibile: gli oggetti in vista, la totale mancanza di privacy, le attività umane messe in scena su un palcoscenico sempre aperto, il paradiso del fotografo”.

La mostra di oltre 70 stampe in bn scattate in Cina tra il 1981 e il 1984, mostra in modo convincente “il clima della Cina di quegli anni: un paese ancora povero, ma affacciato su un futuro denso di speranza e animato da un entusiasmo che fa di quel periodo uno dei momenti più interessanti e, a mio avviso, più belli della storia recente di questo complesso paese” (Stefania Stafutti).

Il titolo dell’esposizione, 稍息 Riposo!”, è un riferimento agli anni di passaggio tra un periodo drammatico e l’avvio della rincorsa alla modernità attuale. Le sue immagini hanno seguito e immortalato la Cina e i suoi giganteschi cambiamenti dagli anni Ottanta a oggi, costituendo una testimonianza preziosa oltre che un’opera affascinante e corposa.

Con uno sguardo nitido e poetico, e un’ingente dose di senso dell’umorismo, Andrea Cavazzuti cristallizza in queste immagini una Cina che non esiste forse più, ma che è indispensabile conoscere per comprendere la storia e la personalità del colosso mondiale di oggi. Il suo sguardo è quello di uno straniero senza arroganza: la nostalgia gratuita è messa al bando, così come la trita ricerca dell’esotico. L’occhio di Cavazzuti coglie bellezza, comicità, fascino e stranezze con la freschezza del primo incontro. Le opere esposte, influenzate dalla forza della fotografia italiana di quegli anni, dimostrano però di trovare anche una strada del tutto personale.

Molte immagini colgono i contrasti di quegli anni, forieri del tumulto successivo, e si concludono sapientemente con una foto che affianca due giovani, vestiti uno in abito maoista, l’altro in abito di fattezze occidentali.

Consiglio senza dubbio la visita di questa mostra (termina il 2 ottobre p.v., quindi affettatevi!) per ammirare notevolissime stampe di grande formato in un eccellente bianco nero, di un Fotografo con la maiuscola, eccellente e non supponente, bravo ma modesto, con cui si può dialogare tranquillamente, come ho fatto. Anche dell’illuminazione da migliorare e dei riflessi che costringono l’osservatore ad un surplus di pazienza.

Ma questo è un problema ricorrente che Musei e Gallerie non sembrano in grado di superare, per vari motivi anche comprensibili. Peccato però, perché opere sontuose come quelle di Cavazzuti chiederebbero miglior godibilità.

In sintesi tantissimi complimenti all’Autore e anche al MAO che ha comunque allestito una mostra davvero eccellente sotto tutti i punti di vista.

19.02.22 – Note sulla mostra “Vivian Maier inedita” a Torino fino al 26 giugno 2022

Sono sempre piuttosto diffidente verso la cultura basata sui grandi nomi, quelli che quasi tutti conoscono e che quindi attirano.
Capitava così negli anni ’80-’90 a teatro, quando veniva proposto solo Pirandello, Goldoni, Feydeau, et similia.
Capita ancora oggi nel mondo dell’arte in generale, e della fotografia in particolare.

Poiché la fotografia è purtroppo ancora un’arte minore, almeno per il grande pubblico, e quindi il richiamo si fa usando i grandi nomi: Mc Curry, Cartier Bresson, Mc Curry in tutte le declinazioni possibili (… e i libri, e gli animali, e gli antipasti, e le scarpe, e le zie, ecc.), Vivian Maier, Mc Curry (sì, sì, sempre lui, stavolta coi tacchini e i bambini), ecc.  Insomma si è capito.
Per fare mostre di cassetta si propongono sempre i soliti nomi, anche a ripetizione.
Per carità! Si capisce bene che organizzare una mostra ha dei costi notevoli (programmazione, trasporti, assicurazioni, personale, e così via) ma talvolta la sciatteria è sconfortante, per usare un eufemismo.
Mi riferisco per esempio alla mostra su Vivian Maier proposta a fine 2019 a Stupinigi, su cui avevo già scritto tutto il peggio possibile.
E il popolo bue è sempre pronto a pagare biglietti sempre più cari per mostre sempre più scarse, pur di poter dire “c’ero anche io”.

Non si tratta di fare snobismo, ma di capire che la cultura non è seguire la corrente, ma è proposta di ricerca, di crescita, di elevazione, di studio, di fatica, di anticipazione.
Mi rendo conto, elencando, che si tratta di valori oggi in grave crisi.

Discorso diverso invece per quanto riguarda la mostra “Vivian Maier inedita”, proposta alle Sale Chiablesi, dal 9 febbraio al 26 giugno.
Mostra molto ampia e ben curata, con un indovinato percorso tematico, con un degno allestimento.

Continuo a pensare che Vivian Maier non sia una delle più grandi fotografe del XX° secolo, come mira a farci pensare il formidabile apparato di marketing che circonda la sua figura orchestrato dalla Maloof Collection, proprietaria della gallina dalle uova d’oro.
Si tratta certamente di una ragguardevole amateur, che merita certamente un posto di riguardo nella storia della fotografia, ma della cui consapevolezza si potrebbe discutere a lungo, soprattutto se si considera che dell’imponente mole di stampe e rullini neppure sviluppati si è venuti a conoscenza solo dopo la sua morte ed in modo assolutamente fortuito, lasciando aperta la possibilità di pensare che la fotografia per lei avesse una valenza terapeutica più che “artistica” o “reportagistica”.
Ciò non significa sottostimare il valore dello spontaneismo, che diversamente si sottrarrebbero alla storia dell’arte molti importanti artisti del ‘900, con scarsa o nulla fortuna in vita.

Riguardo all’”inedita”, diciamo subito che delle oltre 250 immagini esposte, molte sono assolutamente già straviste.
Si deve tuttavia riconoscere che la curatrice Anne Morin ha saputo, in un sapiente allestimento per tematiche, proporre molte “perle”.

La mostra affronta la totalità del lavoro della Maier, dalle foto di street fino ai poco noti filmini in super8, dagli anni ’50 alla fine degli anni ’80.
Tra le diverse sezioni tematiche proposte lungo il percorso espositivo, mi preme qui segnalare ciò che ho trovato particolarmente degno di nota, in quanto diverso dal solito e dal più noto.

La sezione “autoritratti”, oltre ai famosissimi ritratti specchiati nelle vetrine dei negozi, ce ne propone molti giocati sulle ombre e sui profili proiettati: una modalità certamente meno vista e conosciuta, ma che mi ha suscitato interesse ed ammirazione.

 

 

 

 

 

L’ombra del fotografo è normalmente considerata un errore. In questo caso Vivian Maier ha saputo farla diventare soggetto importante, elemento “animato” della composizione, con una sottile ironia allusiva, forse inconscia metafora della propria situazione esistenziale: una donna che vive nell’ombra, e che nell’ombra esprime se stessa in una modalità nascosta.

Il motivo delle ombre si ritrova nella sezione dedicata all’infanzia, nelle cui immagini gli stessi bambini che accudiva diventano partecipi del suo gioco.

Una indubbia capacità di creare situazioni in cui l’osservatore si sente chiamato, invitato alla partecipazione attiva, ad indagare e a porsi domande.

Anche per questo motivo, nelle foto che qui propongo ho aggiunto volontariamente la mia ombra, o i miei riflessi, e per giocare insieme a Vivian.

Sorvolo sulla “ruffiana” esposizione delle foto che la Maier ha realizzato a Torino nel ‘59, nel suo sembra unico viaggio fuori dagli Stati Uniti, sulla strada della avita regione francese del Champsaur: niente di più che banali cartoline ricordo di viaggio.

Mi soffermo invece sulla sezione intitolata “segni”. In queste immagini, che credo di non aver mai visto prima, la Maier si sofferma su oggetti o particolari, a volte talmente slegate dai propri referenti o contesti da risultare astratte.

Questa specie di catalogo di “trouvailles” trova un filo narrativo nel lungo termine e nella quantità, ricomponendosi alla fine nel racconto di un gioco, non direi infantile, magari maturato nelle sue attività di baby sitter.

 

 

L’ultima sezione su cui invito a soffermarsi è quella dei “giochi cinetici”.

Dall’inizio degli anni settanta il movimento e la frammentazione si inseriscono nel suo linguaggio fotografico.  Vivian Maier gioca con le temporalità, creando sequenze cinetiche, come usando il linguaggio cinematografico.

In questa sezione ho trovato dei veri, a mio modesto giudizio, colpi di genio che mi hanno catturato ed ispirato.

 

 

 

 

 

Il resto non lo anticipo, ma lo troverete riccamente esposto e sapientemente descritto anche nei generosi pannelli di presentazione di ogni sezione tematica.

Per ultimo, purtroppo due parole sull’illuminazione. Nella precedente mostra a Stupinigi era orrenda, insieme ad altri aspetti. Qui, nelle Sale Chiablesi, è molto migliorata, anche grazie a spazi di fruizione molto abbondanti.

Tuttavia quasi tutte le stampe riflettono in modo fastidioso. Allora io chiedo due cose:

  1. Per una mostra il cui biglietto di ingresso non è proprio popolare, non si potrebbero allestire cornici con vetro antiriflesso?
  2. Per quanto possa valere una stampa “argentique”, visto che sono comunque tutte ristampe, è proprio il caso di mettere un vetro di protezione? Non si potrebbe godere della vista “tattile” della ruvidità della carta senza un vetro di mezzo? Se anche se ne rovinasse una o due, cosa ci vorrebbe a ristampare? Ci sono nei musei opere di ben altro valore con minore protezione dal pubblico.

Godetevi una mostra di complessivamente ottimo livello!