07.02.22 – Note sui commenti vuoti alle fotografie.

Da molto tempo avevo in mente di scrivere queste note e finalmente ne ho trovato lo spirito giusto.

Quando ad una persona una tua fotografia non piace, ciò risulta abbastanza evidente.

Soprattutto se la persona in questione ha rapporti con te autore. Ma di solito vale in generale.

Ha timore di offendere e quindi si trattiene nei commenti, resta alla superficie e gira intorno, in uno stentato politically correct, che a Torino definiamo “falso e cortese”.

Ed in questi casi, il linguaggio non verbale è molto più esplicito di quello verbale: il viso non si apre, l’espressione resta abbastanza rigida, le parole escono stentate e formali, di circostanza.

Quando invece la fotografia “piace”, lo vedi: le spalle scendono, i muscoli facciali si distendono, gli occhi si dilatano, le parole escono con più facilità.

Le parole spesso si traducono in complimenti, anche se ancora più spesso questi si fermano ad un aggettivo: “bella”, e alle sue articolazioni grammaticali di comparativo o superlativo.

Spessissimo, quasi sempre, la storia dei complimenti finisce lì: “bella”, “bellissima”, “ma che bella!”, seppure con i punti esclamativi.

La questione si fa più intricata quando nel mezzo si pone il social medium.

In questa situazione, quando la foto non piace, il filtro dello schermo consente ai leoni da tastiera le esibizioni più volgari e becere, a volte sprezzanti o violente, spiegabili con un vuoto pneumatico di sostanza, intellettuale e culturale, e soprattutto con una abissale ma supponente incapacità.

Se invece la foto piace, anche in questo caso, accade molto spesso, quasi sempre, che i complimenti si fermino al like o al cuoricino, talvolta (in un inestimabile impeto di generosità di tempo e impegno), come sopra, a “bella”, “bellissima”.

E’ come se per criticare fossimo dotati di un vocabolario quasi infinito ed articolato, variegato nei toni e negli accenti, mentre per lodare ci mancassero drammaticamente proprio le parole, sostantivi ed aggettivi.

Questo comportamento sconta certamente una povertà culturale e lessicale della mia generazione, e delle successive ancor più.

Credo sia indotto anche dalla pigrizia e dalla rapidità d’uso che il social medium in qualche modo pretende o suscita.

Il fatto stesso che la maggior parte dei commenti scritti sia sostituita da una semplice, drammaticamente banale, iconcina (like, cuoricino, ecc.), ma svelta e furba (ops, smart, mi scuso), induce a non sforzarsi a cercare e trovare le parole giuste.

Questo atteggiamento sarebbe accettabile in un contesto generico, o generalista, dove il coinvolgimento è nella natura delle cose veloce e superficiale.

Risulta, almeno per me, meno accettabile in contesti in cui invece il coinvolgimento è a livelli più profondi, motivati da appartenenze, da gusti comuni, da pratiche comuni, da interessi e passioni comuni.

Come per esempio i gruppi fotografici, in cui di norma la comune passione dovrebbe alimentare comportamenti e contributi di più alto valore.

Ciò che dirò di seguito, comunque, riguarda indistintamente sia il caso dell’incontro fisico, sia il caso dell’incontro attraverso un “social”.

Quando qualcuno, osservando una mia foto, commenta estasiato limitandosi a un “bella” o “bellissima”, ormai questo non mi suscita neppure più piacere. Nel migliore dei casi suscita nulla. Quasi come se nessuno avesse detto qualcosa.

Idem per “brutto” e le sue declinazioni.

Di fatto “bella”, “bellissima”, e qualche debole variante (“stupenda”, “wow”, et similia) cosa significano? Ok, bella: da quale punto di vista? Quale valore aggiunto mi arrecano?

Normalmente non dicono proprio nulla. E’ solo un modo semplice, banale ed inutile per fare una cosa che si può anche non fare oppure per togliersi d’impaccio con poco.

Infatti, per lo più, mi si rizza il pelo sulla schiena, mi si scatena la scimmia.

E’ come quando ti dicono “bellissima, sembra un quadro!”.

Aghhhhhh: chi lo dice pensa di farti un complimentone!

Invece tu cominci a sfoderare la katana!

Czzzz, non è un quadro! È una fotografia! Se volevo fare un quadro, compravo colori, pennelli e tele!

Il fastidio sorge dal fatto che, per fare un complimento, in realtà ti stai autoreferenziando, parli di te facendo riferimento, generico e qualunquistico, all’unica arte visiva che probabilmente conosci, e forse perfino non di alto livello, poiché i dipinti che raffigurano ciò che spesso mostrano le foto, magari in modo analogo, non sono normalmente valutati bene o quotati.

La cosa curiosa è che col passare del tempo, questa reazione mi succede anche quando vedo, o sento, commentare le foto altrui allo stesso modo.

Ora, posso capire che tu abbia una timidezza tale che pensi di aver già titanicamente superato con quei “complimentoni”; o che tu ritenga non così confidenziale il rapporto con l’autore cui ti rivolgi; o che soffri di un timore reverenziale; o che tu non abbia né tempo né voglia di aprire una conversazione articolata; o che ci siano molti altri motivi che limitino la tua capacità espressiva.

Più sovente, e benevolmente, sono portato a pensare che tu sia semplicemente limitato nel tuo vocabolario e nella tua intelligenza emotiva.

Vorrei allora provare ad offrire un davvero modesto contributo a tutti coloro che, in tutte le situazioni in cui si trovino, social o no, vogliano complimentarsi con un autore, in modo che quest’ultimo possa sentirsi davvero gratificato e aumentare proficuamente la consapevolezza nel suo lavoro.

Ad un primo “livello iniziale”, ancor prima di addentrarci in più ampie praterie, invito a considerare l’utilizzo di uno strumento dei miei tempi, e che purtroppo oggi pare costituire un tabù o un oggetto estinto: un “banale” Dizionario dei sinonimi e dei contrari.

So bene che molti siano totalmente all’oscuro dell’esistenza di questo presidio culturale: se ne vedono gli effetti!

So altrettanto bene che molti ne abbiano scordato la preziosità o ne accettino, sconsolati, una presunta inutilità a fronte di un uditorio non idoneo ad interagire (comprendere) proprietà e ricchezza di linguaggio.

Purtroppo tutti i media di oggi, anche quelli che dovrebbero invece costituire fari nella notte, inducono alla povertà di linguaggio.

La televisione stessa, che nell’Italia degli anni sessanta del secolo scorso, supportò e spesso surrogò l’istituzione scolastica nell’alfabetizzazione di tanta parte della popolazione, oggi propone linguaggi poveri e standardizzati, intrisi di termini stranieri (questo non sarebbe un male, se equilibrato e non invadente o pleonastico: es.lockdown).

Persino i telegiornali e i suoi professionisti dell’informazione propongono modi e tempi verbali sbagliati, termini errati, anacoluti, e strafalcioni grammaticali e sintattici vari. Quelli che una volta erano “trend setter” (ecco, ci casco anche io) o “modelli” avanzati per la popolazione, oggi sono ventriloqui vaniloquenti degli istinti più bassi e volgari. Il riferimento ai “politici” non è casuale.

Ma vogliamo provare ad entrare nel campo più specifico della fotografia?

Beh, insomma! Qui, pensando ai diversi approcci e punti di partenza, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta!

Si badi bene: non si pretende nel modo più assoluto che tutti siano critici d’arte, estensori di note critiche, studiosi della fotografia, gente che passa le notti sui libri. Persone che spesso, oltretutto, sono leziosi, noiosi, saccenti (come me oggi).

Si chiede invece che le persone sappiano riferirsi, senza autoreferenzialità, alla propria personalità, alla propria cultura, al proprio vissuto, al proprio sentire, alla propria sfera emozionale, trovando le risonanze in se stessi di ciò che osservano, e che sappiano esprimersi con parole utili e non vuote di significato.

Non si chiedono teorici o professori, si desiderano persone semplici ma autentiche, testimoni sinceri dei propri sentimenti, emozioni, pensieri.

Una fotografia può essere considerata a partire dagli aspetti tecnici.

Si può valutare e commentare se è correttamente esposta, non in senso assoluto ed oggettivo, che non esiste, ma in relazione al tipo di foto, di messaggio, di contesto, di soggetto, ecc.

Si può valutare e commentare se il contrasto è adeguato agli stessi elementi.

Ci si può riferire alla nitidezza o allo sfocato, al mosso o alla staticità. Alla grana.

“La tua foto è bellissima, è perfetta sotto il profilo tecnico”, “Bellissima, sei in grado di esprimere un bianco & nero plastico, di eccellente fattura, che ti invidio, ecc.”

C’è anche il “bella, bella sì, ma ……” : eh pace, sottoponiamoci di buon grado al “sì, ma” e al “ma anche” se il contributo è davvero utile e competente.

“Cercando di entrare a fondo nella tua foto e in ciò che mi sembra di capire volessi dire, mi pare che il lowkey che hai usato forse tende ad incupire troppo il messaggio” cercando di aprire un discorso, più che a fornire una sentenza inappellabile, come si fa sovente nei circoli/gruppi fotografici.

 

Una fotografia può essere considerata a partire dagli aspetti compositivi.

Si può valutare se l’immagine è ben composta, se il taglio o il formato sono adeguati, se il soggetto emerge tra gli altri elementi, se la disposizione dei diversi elementi è utile ad individuare il soggetto o i soggetti ed il loro contesto, se la composizione è o meno funzionale al messaggio o al racconto che la fotografia esprime.

“Questa composizione è perfetta, non tanto perché rispetta la sezione aurea, quanto perché il soggetto di cui parli è perfettamente evidenziato e descritto, in relazione agli elementi da cui è circondato”.

“Il tuo occhio fotografico migliora di foto in foto”

“Ti riconosco un occhio sensibile ed attento”, “hai una capacità rara di far parlare i tuoi soggetti”.

Gli esempi possono essere infiniti.

Ma riempiamo di contenuti i nostri commenti e non solo di vuoti, seppur enfatici, aggettivi!

L’importante è infatti aggiungere un contenuto, un significato, ad un aggettivo troppo generico come “bello”, anche se al superlativo.

I due aspetti cui si è sopra accennato (tecnica e composizione) non sono, dal mio punto di vista, da trattare in modo cattedratico o dottrinale, quanto piuttosto dal punto di vista delle reazioni che questi elementi suscitano nell’osservatore, in senso visivo, intellettuale ed emozionale.

Non è per nulla utile fornire un parere altero o supponente, come sovente capita nei circoli fotografici, dove c’è sempre qualcuno più bravo degli altri.

Mi pare più utile fornire una generosa testimonianza di ciò che una foto suscita in me, seppure a riguardo degli aspetti più tecnici.

Anche se talvolta un leggero accenno sugli aspetti tecnici e compositivi può essere davvero utile all’autore, soprattutto se viene da una persona davvero esperta o appassionata che ti commenta con generosità e senza vanagloria.

 

Una fotografia può essere considerata a partire dagli aspetti emozionali.

“Questa foto per me è bellissima (amen) perché mi evoca ricordi d’infanzia / perché mi ricorda un amore / un momento o un’esperienza importante della mia vita / un momento triste, un dolore, ecc. ecc.”

“La tua foto mi suscita stati d’animo contrapposti / controversi / positivi / negativi / emozioni di questo o quel tipo”

“La tua foto esprime rabbia”, “La tua foto mi mette pace”

“La tua foto è emozionante per me”

Alleluja, alleluja!!!

Queste sono le cose che danno soddisfazione! La mia foto ti ha parlato e soprattutto ti ha fatto smuovere, e-mozionare, ti ha fatto parlare di te.

Facendo questo non sei autoreferenziale, non stai riconducendo tutto il mondo ai tuoi limitati parametri conoscitivi, ma attingi al tuo essere profondo per entrare in relazione con l’autore.

Osservatore e autore stanno provando vibrazioni non identiche, ma dello stesso tipo.

Il rapporto non è più distaccato, ma empatico. L’autore sente che la sua opera non è vuota, o significante solo per lui stesso, ma anche per altri.

 

Una fotografia può essere considerata a partire dagli aspetti comunicativi.

Bellissima, la tua foto comunica perfettamente il tuo messaggio”

Bella, il significato/ i significati della tua foto emergono limpidi”

“La tua splendida foto mi comunica la splendida persona che sei”

“La tua foto esprime tutto il tuo carattere calmo/ la tua ricerca di pace / la tua sofferenza di questo periodo /ecc.”

“La tua foto, per quanto bella, tecnicamente e compositivamente corretta, mi risulta un pochino fredda, asettica, non mi trasmette ciò che forse voleva essere il tuo messaggio”

Una fotografia, come ogni linguaggio, trasmette diversi tipi di messaggio, ma, di base, credo che ne trasmetta di due tipi:

  • uno che riguarda il soggetto (se c’è una storia) o un concetto (il pensiero dell’autore);
  • l’altro riguarda l’autore stesso: che tipo di persona è, qual è il suo carattere, il suo animo, ecc.

Ho fatto solo alcuni esempi per capirci.

Semplici parole, per quanto iperboliche, titillano solamente l’ego dell’artista, ma non hanno una reale utilità in termini di riconoscimento e/o di crescita e hanno di fatto una persistenza simile a quella della neve al sole.

I complimenti che arrivano sinceri sono comunque piacevoli, ma se sono non scontati e banalotti (bella, bellissima) è certamente meglio, soprattutto se rappresentano una cercata e consapevole emozione.

Bella, anche bellissima, mi significa solo un tuo vago appagamento estetico, ma non mi dice nulla sulla tua vera emozione.

“Mi ha fatto piangere”, “mi apre il cuore”, “mi ha creato un groppo in gola”, “mi toglie il fiato” sono già accenti enfatici, ma hanno a che fare con reazioni non epidermiche, vuol dire che ti sei sforzato di andare a capire un po’ meglio ciò che ti succede osservando quella foto, a cercare il nome corretto di quella emozione.

C’è differenza tra nausea, disgusto e schifo, c’è differenza tra gioia e felicità, tra mestizia e tristezza, tra dispiacere e rabbia, ecc.

Dare un nome esatto e descrivere ciò che provi fa bene a te che osservi, ma fa bene anche all’autore, perché capisce che ti sei sforzato di trovare le parole giuste, non le prime o le più facili, che usano tutti.

Capisce che gli hai offerto una reale attenzione.

Anche le citazioni colte, se non appaiono ruffiane e false, o di nuovo, autoreferenziali, aprono l’animo dell’artista, se in tutta sincerità sa di non avere scopiazzato un Maestro, ma di averne tratto un’autentica ispirazione.

Questi sono i contributi e, se vogliamo, i complimenti, che agli artisti fanno piacere e soprattutto comodo, perché restituiscono valore aggiunto, accrescono, migliorano e consolidano la consapevolezza dell’autore.

Ho cercato di dare un contributo, a partire da ciò che farebbe piacere a me sentire e da ciò che mi sforzo di fare quando vedo qualcosa che vale la pena o quando vedo la fatica del progresso nell’autore che ho davanti.

Se possibile, perciò non considerate questo testo come sfoggio di supponenza o vanità, ma come è per me stesso: spunti per un percorso di miglioramento.

Grazie per essere arrivati fin qui.

 

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